mercoledì 20 marzo 2019 Registrazione

Dettagli dell'articolo

Il Miele in Egitto e nella scienza

Categories: Egittologia_pubblico | Author: SuperUser Account | Posted: 31/01/2007 | Views: 12030
In diverse popolazioni, per millenni il miele ha rappresentato ben più di un semplice alimento, infatti ad esso furono attribuiti anche significati simbolici, magici e terapeutici e testimonianze della sua notorietà ci giungono anche attraverso i caratteri cuneiformi della lingua ittita, idioma indoeuropeo del gruppo anatolico, dove viene indicato col termine “melit”. E’ una sostanza prodotta dalle api che, una volta prelevato il nettare dei fiori, lo trasformano all'interno di una particolare sacca contenuta nel loro apparato digerente; lo immagazzinano poi nei favi degli alveari per usarlo come nutrimento per le larve e come riserva invernale di cibo. A seconda del nettare di cui si cibano, le api producono diversi tipi di miele: quelli di acacia, di lavanda, di erba medica, di castagno, di eucalipto, di tiglio sono i più conosciuti ed apprezzati ma ne esistono molti altri.
Anticamente, il miele era l'unico alimento zuccherino concentrato reperibile, ne abbiamo traccia in svariate arnie manufatte databili al VI millennio a.C. e sappiamo che veniva usato dai Sumeri mescolato con argilla, acqua e olio di cedro per formare creme di bellezza; inoltre compare nei racconti mitologici di questo popolo, uno dei quali ad esempio narra che Emesh ed Enten (rispettivamente dio dell’Estate e dio dell’Inverno) in seguito ad una lite, si riappacificarono e insieme consumarono miele e vino. Molte civiltà hanno una bevanda a base di miele: ad esempio il melikraton presso i paesi nordici è ottenuto da un miscuglio di miele e sangue così come l'idromele è una delle bevande fermentate più antiche, composta da acqua, miele e lievito. Possiamo ricordare inoltre che i Babilonesi, oltre ad utilizzarlo per fini terapeutici, lo impiegavano anche miscelandolo con farina, sesamo e datteri per cucinare focaccine.

Più a occidente, in Egitto, i primi documenti sull’apicoltura risalgono all’Antico Regno: la professione di apicoltore è menzionata in molti testi dell'epoca dove si parla di arnie in terracotta a forma di cilindro e disposte orizzontalmente, popolate con l'ape egiziana, ancora oggi presente nella vallata del Nilo come migliaia di anni fa: infatti, grazie alle sue ridotte dimensioni, l’ape egiziana ha sempre sfruttato come “dimora” spazi ristretti non accessibili ad altre specie di api più grandi, in questo modo il suo patrimonio genetico ha subito ben poche contaminazioni giungendo a noi quasi immutato.

L’apicoltura si sviluppò lungo le sponde del Nilo provviste di abbondanti fioriture e di un clima favorevole, ma non si trattava di un’attività statica, bensì transumante: dopo che il Nilo depositava il limo fertile sulle sue sponde, alcuni campi venivano seminati con erba medica, fave e cotone favorendo con la loro crescita il popolamento delle api. Poiché lungo il corso del Nilo la semina avveniva in periodi leggermente diversi, veniva praticata l’apicoltura nomade. Nell’ Alto Egitto gli spostamenti degli alveari avvenivano con l’impiego dei muli: ne troviamo conferma in un papiro del III secolo a.C. dove si legge una lamentela di apicoltori rivolta ad un funzionario che aveva loro confiscato i muli utilizzati proprio in tal modo.
Si racconta che, seguendo una tradizione probabilmente risalente all’epoca dei Faraoni, nel ‘700 gli apicoltori, verso il mese di ottobre, usassero affidare ai barcaioli i loro alveari affinché risalissero lentamente il Nilo, sostando in tutti i luoghi in cui trovavano del verde e dei fiori. Dopo tre mesi, a febbraio, gli alveari venivano riportati ai proprietari, colmi del miele prodotto dalle api. Questa attività fruttava agli Egiziani un ottimo miele e grandi quantità di cera, mentre ai battellieri andava un compenso proporzionale al numero degli alveari che essi avevano caricato.

Ma le testimonianze non finiscono qui: sui dipinti di un sarcofago dell’Antico Regno conservato al British Museum e su un rilievo della tomba di Pa-bu-sa a Tebe, si vede raffigurato in modo molto simile il defunto inginocchiato presso file di api.
Nel Papiro Rollin e nel Papiro Lee(1) sono contenuti gli atti dei processi durante i quali vennero condannate alcune persone ritenute colpevoli di aver congiurato contro Ramesse III fabbricando statuine di cera allo scopo di nuocere al faraone.
Inoltre, a Sais si trova un tempio dedicato alla dea Neith denominato “castello dell’Ape”, animale associato alla divinità: in effetti essa veniva indicata attraverso la parola “miele” e il geroglifico raffigurava Neith recante una canna. Anche nel mito dell’Occhio del Sole, contenuto in un papiro demotico di età romana, si narra che gli apicoltori per sollecitare le api a sciamare le chiamassero con uno zufolo di canna.
Ricordiamo infine che il geroglifico bit’, raffigurante un’ ape, come ideogramma è traducibile sia con “ape” sia con “miele” e simboleggiava la sovranità del Basso Egitto così come il giunco era quella dell’Alto Egitto.
L’importanza del miele a quel tempo va imputata anche all’impiego che ne veniva fatto in medicina, infatti era un elemento frequentemente usato per la cura di malattie del tubo digerente, dei reni, degli occhi e nei preparati da applicare sulle ferite, come si può leggere in numerosi casi del papiro chirurgico E. Smith; ciò sta ad indicare che già allora erano note le sue proprietà cicatrizzanti; inoltre veniva anche impiegato nella preparazione di creme di bellezza e saponi.

Caso 11 – papiro E. Smith

Se esaminassi un uomo con una frattura delle ossa del naso e una ferita infetta che giunge fino all’osso […]
Si dovrà pulire la ferita con dei tamponi di lino […]. La cute lacerata dovrà essere fasciata con grasso e miele ogni giorno fino a completa guarigione.

Per quanto riguarda l’aspetto prettamente chimico moderno del miele, sappiamo che è composto da acidi organici, sali minerali, vitamine, oligoelementi ed enzimi oltre ad essere un’importante fonte di zuccheri semplici. Mentre il glucosio viene bruciato immediatamente, il fruttosio di cui è particolarmente ricco il miele, deve prima subire alcune trasformazioni nei cicli metabolici del corpo umano, pertanto resta più a lungo a disposizione dell’organismo. Il miele infatti è altamente energetico ed è dotato di proprietà emollienti, umettanti e addolcenti utili al cavo orale, alla gola, ma anche allo stomaco e all'intestino; ha anche un'attività blandamente lassativa e contribuisce allo smaltimento delle sostanze tossiche ingerite o derivate dal metabolismo che vanno ad accumularsi nel fegato.
Fra le caratteristiche biologiche esclusive di questo alimento, c’è quella antibatterica, dovuta alla concentrazione zuccherina e al suo pH acido. Nel miele, in particolari condizioni di diluizione, si attiva l’enzima gluco-ossidasi che produce acqua ossigenata e acido gluconico a partire dal glucosio. Questo meccanismo avrebbe il significato biologico di proteggere dall'attacco microbico il miele in via di formazione quando il sistema di inibizione dovuto alla elevata concentrazione zuccherina non è ancora efficiente. Anche i polifenoli in esso contenuti (grosse molecole chimiche ad azione antiossidante) hanno un’ attività antibatterica molto simile oltre ad essere attivi anche contro i radicali liberi.

Non sono pochi gli studi scientifici che hanno evidenziato nel miele un effetto antibiotico, antimicotico e di promozione della cicatrizzazione su ferite chirurgiche, bruciature e ferite infette, in particolare nel miele derivato da timo, anice, pino, castagno, dente di cane e Manuka(2). Alcuni studiosi hanno anche testato mieli in diverse condizioni di conservazione (invecchiato, fresco, esposto a raggi ultravioletti, scaldato) su patogeni umani di diverso tipo. Il test è stato riproposto anche in condizioni di acidità diverse.
I risultati hanno chiarito che miele in concentrazione variabile dal 30 al 100% inibisce con efficacia proporzionale via-via maggiore, la proliferazione di batteri tipo Escherichia coli(3) e Haemophilus influenzae(4). L’invecchiamento e il riscaldamento del miele ne diminuivano le capacità antimicrobiche, mentre l’esposizione ai raggi UV e una maggiore acidità dell’ambiente la potenziavano. Il miele grezzo applicato su ferite infette ha dimostrato una riduzione del rossore, gonfiore, tempo di guarigione e carica batterica delle lesioni infettate da batteri come Staphylococcus aureus(5) e Klebsiella sp (6). Tale attività era comparabile con quella di alcune pomate antibiotiche.
E’ stata ottima anche la risposta contro le infezioni della congiuntiva causate dai molti batteri e miceti analizzati, fra cui anche la Candida albicans7. Altri studi maggiormente dedicati all’attività del miele su colture fungine, hanno evidenziato come una certa quantità di miele grezzo puro riusciva ad inibire completamente la proliferazione microbica, attività che si andava a ridurre fino ad esaurimento col decrescere della concentrazione fino al 20%.

Ancora oggi quindi ricorriamo molto spesso al miele o a qualche suo derivato (polline, cera, propoli, pappa reale) in caso di malattie da raffreddamento, mal di gola, piaghe e ferite o semplicemente come ricostituente, dolcificante o ancora addizionati ad alcuni cosmetici.

AUTORE: CHANTAL MILANI

 

1 Papiro Rollin e Papiro Lee: ora conservati rispettivamente presso la Biblioteca Nazionale a Parigi e al British Museum, probabilmente facevano originariamente parte dello stesso gruppo di “papiri giuridici” cui faceva parte anche il “Papiro della Congiura” conservato al Museo Egizio di Torino.
2 Manuka: arbusto originario della Nuova Zelanda. Il miele ottenuto da questa pianta è uno fra quelli con maggiore attività antibatterica.
3 Escherichia coli: batteri che vivono nell’intestino e che possono essere causa di malattie intestinali, infezioni dell’ apparato urinario, dei polmoni, meningiti e sepsi.
4 Haemophilus influenzae: batterio che colonizza naso gola e può causare infezione delle prime vie aeree, sepsi e meningite.
5 Staphylococcus aureus: batterio spesso resistente agli antibiotici responsabile di infezioni acute a carico di cute, apparato scheletrico, respiratorio, urinario e sistema nervoso centrale.
6 Klebsiella sp. : batterio che colonizza prevalentemente il colon e l’intestino retto e che può causare malattie intestinali e affezioni del tratto urinario e dei polmoni .
7 Candida albicans: lievito che solitamente colonizza il colon e che può essere causa di infezioni fungine delle mucose, principalmente quella vaginale e del cavo orale, delle unghie e della cute.


Bibliografia:

  • Alphandery E - "Trattato completo di apicoltura" - 1935;
  • Al-Waili S.S. - “Investigating the antimicrobical activity of natural honey and its effects on the pathogenic bacterial infections of surgical wound and conjunctiva” – J Med Food. 2004 Summer; 7(2):210-22
  • Betrò MC - "Geroglifici. 580 segni per capire l’Antico Egitto" - Mondadori 1998:117;
  • Ceyhan N, Ugur A. – “Investigation of in vitro antimicrobial activity of honey” – Riv Biol. 2001 May-Aug;94(2):363-71
  • Efem SE, Udoh KT, Iwara CI – “The antimicrobial spectrum of honey and its clinical significance” – Infection, 1992 Jul-Aug; 20(4):227-9
  • Pascal Vernus - “Affairs and Scandals in Ancient Egypt” - Ithaca: Cornell University Press, 2003. Savary - "Lettere sull'Egitto" -1788;
  • Vogel FW.di Custrin in Crivelli MB - "L'ape egiziana" - L'Apicoltore, 1870;
  • Wikimedia Foundation - http://it.wikipedia.org/wiki/ Wikipedia
  • Willix DJ, Mlan PC, Harfoot CG – “A comparison of the sensitivity of wound-infecting species of bacteria to antibacterial activity of manuka honey and other honey.
  • Zaghloul AA, El-Shattawy HH, Kassem AA, Ibrahim EA, Reddy IK, Khan MA – “Honey, a prospective antibiotic: extraction, formulation, and stability. – Pharmazie, 2001 Aug; 56(8):643-7
Stampa Contrassegna e condividi

Torna alla pagina precedente
Home|Associazione|Articoli|Speciali|Strumenti|Foto|Community|Novità ed Eventi|Magazine | Condizioni d'uso | Privacy
Copyright 2005-2017 by Marcello Garbagnati | Egittologia.net P.IVA 01120870454