Fonte: La Stampa
Data: 29/04/2007
"Toglierò dalla sabbia la seconda Sfinge"
Bernardino Drovetti da Barbania ad inizio Ottocento trovò nella zona
di Karnak e Luxor qualcosa come 3000 reperti che oggi costituiscono
l'ossatura del Museo Egizio di Torino. Antonio Lebolo da Castellamonte,
nello stesso periodo e negli stessi luoghi scoprì quei papiri che poi in
qualche modo giunsero in Ohio, ispirarono il «profeta» Joseph Smith e
ancora oggi sono la Bibbia dei Mormoni.
Indiana Jones venuti dal Canavese, proprio come Diego Baratono, 47
anni da Agliè, studioso egittologo che oggi è pronto all'avventura della
vita: arrivare fino alla piana di Giza per dimostrare che laggiù, sotto
venti metri di sabbia, esiste addirittura una seconda sfinge. Un sogno
incredibile, che accarezza dalla fine degli anni Novanta, quando
sfogliando le carte come un certosino esclama il classico «Eureka!» Trovata,
la teoria:non avrebbe senso quel micione di pietra senza il suo
gemello, «è scritto nelle stelle, non ci ha mai pensato nessuno ma è proprio
così».
Lui però non è un accademico, nella vita fa l'impiegato al tribunale,
e la missione è tutta in salita: «Sapesse quanti ostacoli, ma io lo so,
là sotto c'è qualcosa. E ci arriverò». Pubblica un libro, «Le abbazie e
il segreto delle piramidi», che oggi è pure alla Princeton University,
Usa, va in giro a tenere conferenze. Intanto aspetta il momento buono.
Eccolo, finalmente. Armani Group, che da anni è impegnato a sostenere
ricerche culturali, si offre come sponsor. La spesa, tutto sommato, è
modesta: poche migliaia di euro, escludendo la strumentazione. La
spedizione sarà supervisionata dalla congregazione Ssa (Servizi speciali
archeologici). Baratono partirà a giugno con un geologo, un topografo,
un'interprete egiziana. Per fare cosa, per scavare?
«No, è questo il fatto. Non toccheremo niente. Eseguiremo una specie
di tac della superficie che abbiamo individuato sulle mappe, poi
azioneremo dei rilevatori che si chiamano geofoni. Senza sollevare un
granello di sabbia», racconta. Il bello è che sanno esattamente dove cercare.
«È proprio in quel punto - e indica la cartina su Internet - Dovessimo
davvero trovare qualcosa, allora passeremmo la palla al governo.
Dovranno essere loro ad occuparsi degli scavi». Sì, ma questa teoria?
Raccontata da lui fa rimanere a bocca aperta perché tutto quadra. È
una specie di puzzle da ricostruire, con i due leoni che tra l'altro
erano ben visibili pure nelle iscrizioni più antiche: «Quel popolo si
limitava a osservare e riprodurre: le piramidi sono una specie di mappa del
cielo.
Corrispondono a due stelle della costellazione del Leone e una della
Vergine in un momento ben preciso: i solstizi d'estate e d'inverno,
quando s'ingrossa e s'inaridisce il Nilo, che per loro era il vero punto
di riferimento».
E la sfinge? «È piazzata ad Est, "sputa" il sole. Manca quella che lo
"inghiotte", ad Ovest. Ed è lì che la cercheremo». Traccia delle linee
sulla mappa e il gioco è fatto. Piramidi e sfinge (è il caso di dire
sfingi?) rispettano «un ordine geometrico conosciuto già 12 mila anni
prima di Cristo. È l'esagramma. Io ci sono arrivato studiando le abbazie
cistercensi: ad esempio a Staffarda quella figura si ritrova». Viene da
immaginarli Diego Baratono e gli altri il prossimo 21 giugno (il
solstizio d'estate...), che toccano il loro sogno con un dito: sfiorare, dopo
cinquemila anni, il mistero del secondo micione - un colosso da 60
metri per 20 -, ovvero l'ultima arca perduta.
Copyright ©2007 La Stampa 29/04/2007
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