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Diario di viaggio - Novembre 2009 - 8° GIORNO
Last Post 21 apr 2010 12.07 by nebtauy. 0 Replies.
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Paolo Belloni

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21 apr 2010 12.07

    Giorno 8 – Sabato 7 Novembre

     

    Con poche ore di sonno sulle spalle, verso le 6.30 siamo già in piedi: è l’alba dell’ultimo giorno di viaggio. Consumiamo la colazione sul balcone dell’hotel che si affaccia su un tranquillo quartiere residenziale. Il tempo purtroppo non è dei migliori, non piove ma il colore del cielo non c’entra proprio niente con l’azzurro da cartolina che avevamo trovato al sud. Carichiamo tutte le nostre cose sul pullmino perché non faremo più ritorno all’hotel, e partiamo spediti per Giza facendo un po’ di slalom nel traffico già intenso della capitale. Fortunatamente non subiamo grossi rallenta­menti, arriviamo alla Piana di Giza proprio all’ora dell’apertura e notiamo la nuova struttura d’ingresso, nuova almeno per me che ero stato lì nell’aprile dell’anno precedente. E infatti, nono­stante il numero di persone davanti a noi sia considerevole, la coda sembra leggermente più ordi­nata e snella rispetto al passato … o forse è solo un’impressione. Superiamo agevolmente i controlli e dopo una breve camminata ci troviamo di fronte al lato settentrionale della Grande Piramide. Che dire, l’ultima meraviglia del mondo antico non smette mai di impres­sionarmi anche se è la quarta volta che alzo il mio sguardo dalla base alla cima, dove qualche millennio fa risplendeva il pyramidion. Purtroppo le condizioni atmo­sferiche non sono migliorate molto dal Cairo a qui e tutta la Piana è avvolta da una foschia che trattiene luce e ca­lore: io amo anche i panorami nordici e le atmosfere mi­stiche, ma in questo momento ne avrei fatto volentieri a meno. Soprattutto Cecilia e Alfredo sono un po’ abbacchiati perché per la seconda volta non rie­scono a godere lo spettacolo delle piramidi così come lo si vede in tante splendide fotografie. Io, Marcello e Alessandra abbiamo i biglietti per la visita interna, quindi rimandiamo a poco più tardi la chiacchierata sul monumento e sulla Piana in generale, giusto per non trovarci troppa gente da­vanti durante il percorso verso la camera del sarcofago. Lasciamo tutta la tecnologia in mano agli altri perché è vietato portare con sé telefonini, fotocamere e videocamere: lo sappiamo già, quindi è inutile perdere tempo a farsi perquisire dai custodi. Siamo stati previdenti, poche persone sono en­trate prima di noi e poche sono quelle che ci seguono, abbiamo speranza di fare una visita tran­quilla. Arriviamo rapidamente allo stretto cunicolo che conduce alla Grande Galleria, fin qui è stata comoda ma adesso bisogna accucciarsi e procedere faticosamente per una quarantina di metri. Tut­tavia è una fatica che sopportiamo volentieri perché lo spettacolo con cui veniamo ripagati è dav­vero grande. Le pareti aggettanti si alzano per più di 8 metri e mentre saliamo sul camminamento di sinistra osserviamo meravigliati la precisione con cui gli enormi blocchi di pietra sono stati sovrap­posti fino alla cima della Galleria. Non entro nel merito di nessuna teoria costruttiva perché esula dallo scopo di questo diario di viaggio e perché se ne sta discutendo ampiamente altrove. Giunti in cima alla Galleria, dobbiamo chinare un’altra volta la gobba ma solo per pochi metri, per superare un passaggio molto basso che dà accesso alla Camera del Re. Nono­stante sia un luogo completamente spoglio, è molto forte la suggestione che suscita: siamo nel cuore della pira­mide, circondati da enormi blocchi di granito rosso per­fettamente posizionati che formano le pareti della stanza, nessuna iscrizione, nessuna immagine, solamente le due piccole aperture dei due cunicoli rettilinei che sbucano sui due lati della piramide, e là lungo il muro occidentale il sarcofago scoperchiato del re. Rimaniamo all’interno ancora qualche minuto, poi sentiamo l’esigenza di tornare all’aperto a respirare un po’ d’aria. Salutiamo questo luogo sacro e misterioso e ci riaffacciamo sulla Galleria: a mio parere la vista dall’alto è ancora più impressionante di quella che si ha appena usciti dal cunicolo d’ingresso, rimango un attimo a contemplare questa meraviglia architettonica e poi raggiungo gli altri verso l’uscita.

     

    Il gruppo si ricompatta sotto l’ingresso della Grande Piramide, proseguiamo la visita lungo il lato occidentale discutendo su numeri e grandezze di questo monumento, sulle possibili tecniche co­struttive e sul significato dell’intera Piana di Giza. Tra un discorso e l’altro ci ritroviamo sul lato meridionale davanti a una struttura che lascia tutti un po’ perplessi per la forma e l’ubicazione, ma che contiene un reperto archeologico incredibile, la Barca Solare di Cheope: entriamo. Nel piccolo atrio del museo c’è la solita confusione di gente ammas­sata lì per indossare quei brutti copri scarpe obbligatori, è un rituale che dobbiamo seguire anche noi: tra l’altro io porto il n. 45 e indosso le antinfortunistiche, sono abba­stanza ridicolo con quei due “ornamenti”. Superiamo i primi controlli ed entriamo nelle sale del pian terreno dove sono esposti molti reperti trovati nella fossa che conteneva la barca: molto interessante è una grossa ma­tassa di funi in fibre vegetali. Ai muri sono appese le foto d’epoca che ci mostrano alcuni momenti della scoperta e della ricostruzione, avvenute rispettivamente nel 1954 e nel 1958. Lì vicino è esposto un bellissimo modellino della barca in scala ridotta, la cui realizzazione è servita agli studiosi per ricostruire la barca vera e propria con un lavoro durato oltre 10 anni! Proseguiamo fin verso il fondo della sala e ci fermiamo ad osservare la fossa in cui la barca era sepolta (in pratica, il museo gliel’hanno co­struito sopra). La parte interna della fossa è ben visibile e sopra di essa sono stati riposizionati gli enormi blocchi di calcare che la sigillavano, ma purtroppo non riusciamo a individuare l’incisione con il cartiglio del re Djedefra, figlio e successore di Cheope. Imbocchiamo la scala e saliamo al pi­ano superiore dove inizia il camminamento realizzato su tre livelli laterali che girano attorno alla barca e consente di ammirarla da ogni angolazione. È strabiliante, 1224 pezzi di cedro del Libano, acacia e altri materiali sono legati assieme da corde di fibre vegetali (senza chiodi né ganci di alcun tipo) per formare questa imbarcazione lunga oltre 43 metri e alta più di 5, con una forma alquanto simile a quella dei dipinti o ai modellini di barche risalenti a quel periodo, con la poppa e la prua a forma di steli di papiro. Un plauso va sicuramente agli studiosi che l’hanno ricostruita perfetta­mente con un lavoro paziente e meticoloso, facilitato in minima parte dai segni che gli antichi co­struttori avevano lasciato su alcuni dei pezzi smontati, indicando a quale parte della barca essi ap­partenevano: quelle indicazioni sarebbero dovute servire sicuramente al re (o meglio, ai suoi fidi ushabty) per riutilizzare la barca durante il viaggio ultraterreno.

     

    Usciamo dal museo ancora pieni di stupore e ammira­zione per quello che abbiamo visto, ma veniamo subito riportati alla realtà da un paio di personaggi che si avvici­nano per propinarci i soliti souvenir, cartoline, cappellini, magliette, scarabei. Compriamo qualcosa, un po’ per libe­rarci della presenza di quei due e poi anche per spendere le ultime lire egiziane che in Italia non avremmo modo di cambiare. Proseguiamo il giro e passiamo davanti alle mastabe del cimitero meridionale, quando a un certo punto un tizio ci chiama. Ci avviciniamo per capire cosa vuole, e scopriamo che è il custode della mastaba di Seshemnefer e ci invita ad entrare per visitarla. Non sapevamo che la mastaba fosse aperta al pubblico e nemmeno immaginavamo di scoprirlo in quel modo, ma comunque accettiamo l’invito ed entriamo insieme ad altri turisti. Le considerevoli dimensioni della tomba e la sua posizione vicino alla piramide di Cheope dimostrano che il pro­prietario era di rango sociale elevato: alcune iscrizioni parietali lo descrivono come “Direttore dei Due Troni nella Casa della Vita”. All’interno non rimane molto da vedere, ma cunicolo stretto e basso ci consente di scendere nella camera sepolcrale, scarsamente illuminata, dove troviamo un enorme sarcofago di pietra. Altre stanza della tomba sono state adibite a deposito di svariati reperti.

     

    Torniamo all’aria aperta e raggiungiamo il pullmino nel parcheggio a sud della Grande Piramide. È d’obbligo una tappa al famoso punto panoramico situato ad est della piramide di Micerino, l’unico punto dove è possibile vedere assieme e ben distinte le tre costruzioni: non siamo fortunati per via della foschia che ci accompagna da quando ci siamo alzati e distinguiamo a mala pena le tre grandi sagome piramidali. Non ci fermiamo molto anche perché c’è comunque parecchia confusione di gente nonostante le condizioni del tempo, risaliamo sul mezzo e ci dirigiamo verso la parte orientale della Piana per fare l’ultimissima visita del nostro viaggio: il tempio a valle di Chefren e la Sfinge.

     

    Sapevamo che sarebbe stata una mattinata più caotica delle altre, ma del resto siamo in uno dei siti archeologici più famosi del mondo ed è impensabile di riuscire a visi­tarlo in tranquillità. La spianata di fronte al tempio della Sfinge è un altro punto panoramico molto affollato, è esattamente dalla parte opposto rispetto a dove eravamo poco prima. Ci facciamo largo fra grosse comitive e pic­coli gruppi appostati qua e là per farsi immortalare da­vanti alle meraviglie dell’Antico Regno ed entriamo nel tempio a valle di Chefren. Superiamo il vestibolo trasver­sale, raggiungiamo la grande sala a T rovesciata e ci fermiamo a parlare fra gli enormi pilastri mo­nolitici in granito. Tutto il tempio è costruito con grossi blocchi di granito provenienti dalle cave di Aswan e attorno ai muri notiamo i basamenti in cui anticamente erano collocate le statue in diorite del re seduto in trono (l’unico esemplare rimasto l’abbiamo visto il sabato prima al Museo del Cairo). Un corridoio nella parte nord-ovest della sala conduce all’esterno dove inizia la lunga rampa processionale che porta fino al tempio funerario i cui resti giacciono ai piedi della piramide sul lato orientale. Il primo tratto di rampa è recintato e chiuso dopo una sessantina di metri, proprio sul lato settentrionale della fossa in cui sorge la grande Sfinge.

     

    Ed è proprio così che concludiamo il nostro splendido vi­aggio, di fronte a uno dei più grandi enigmi della storia. La osserviamo dal suo fianco destro, il corpo leonino ac­covacciato e il volto umano di un re le conferiscono un aspetto austero, che al visitatore attento incute soggezione e rispetto … e non a caso gli abitanti locali all’epoca della spedizione napoleonica la chiamavano “Abu el-Hol”, “Padre del terrore”. Mentre scattiamo le foto di rito ci scambiamo alcune considerazioni sulla natura di questo guardiano della necropoli, osserviamo i segni di erosione presenti sulla parte rocciosa che costituisce il corpo, il restauro effettuato alla base del monumento, intravediamo anche la parte superiore della “Stele del sogno” fatta erigere da Tuthmosi IV dopo la sua incoronazione. Gettiamo uno sguardo anche in su verso la Piana per ammirarla ancora e re­stiamo fin che il tempo ce lo consente. Ma il tempo è più tiranno del “Padre del Terrore” e ci impone di salutare anche questo sito meraviglioso.

     

     

    Ci accodiamo al gran numero di persone presenti e pian piano ritorniamo sui passi che ci avevano condotto fino lì, usciamo dal tempio di Chefren e anche dai confini della Piana. Il pullmino ci aspetta nel parcheggio proprio lì di fronte e con andatura singhiozzante a causa del traffico locale raggiungiamo l’imbocco della tangenziale che taglia fuori la capitale e ci porta dritti verso l’aeroporto. Un paio di ingorghi nel tratto finale ci rallentano la corsa, ma ci siamo mossi con un discreto anticipo e arriviamo all’aeroporto in perfetto orario. Riusciamo a consumare un pasto veloce e poi ci mettiamo in coda per le procedure di imbarco che fortunatamente si svolgono senza particolari intoppi. Siamo accaldati, stanchi, soddisfatti, un mix di sensazioni che si rincorrono, ma è un fatto normalissimo al termine di viaggi intensi come questi. Inutile lasciarsi andare a conclusioni poetiche o troppo mielose, chiunque sia stato in Egitto o in una terra altrettanto affascinante sa bene cosa si prova quando si sale sull’aereo per il ritorno in patria. Possiamo solo congedarci con un ben augurante … alla prossima!!!

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