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Diario di viaggio - Novembre 2009 - 7° GIORNO
Last Post 07 apr 2010 09.13 by nebtauy. 0 Replies.
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Paolo Belloni

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07 apr 2010 09.13

    Giorno 7 – Venerdi 6 Novembre

     

    Per metà del gruppo la “giornata tebana” comincia molto presto: Marcello, Alessandra e la mamma Heidi si sve­gliano quando è ancora buio perché hanno prenotato il vi­aggio in mongolfiera. È un’esperienza che io non ho an­cora fatto, ma che dovrò decidermi a fare prima o poi, perché guardando le fotografie scattate c’è da restare davvero senza parole per il panorama e i colori che si ammirano da lassù al sorgere del sole. L’appuntamento è per le 7.30 nel giardino dell’hotel dove consumiamo un’abbondante colazione. Il pullmino ci attende davanti alla reception ed è pronto ad accompagnarci nella necropoli tebana dove visiteremo i siti più im­portanti compatibilmente con il tempo che abbiamo a di­sposizione. La prima sosta è presso i Colossi di Memnon, le due imponenti statue di Amenhotep III che un tempo si ergevano davanti al primo pilone del tempio funerario del re. Oggi, il tempio è completante distrutto anche se gli scavi degli ultimi anni hanno portato alla luce già nume­rosi reperti, e anche i due colossi sono stati gravemente danneggiati dalle ingiurie del tempo, ma hanno conser­vato tutta la loro maestosità e dall’alto dei loro 17 metri sembrano osservare chiunque transiti sulla strada che porta alla necropoli. Ci soffermiamo giusto il tempo per le dovute informazioni storiche e culturali sui monumenti e per le immancabili fotografie, avvicinandoci ai colossi fino al limite consentito per osservare le iscrizioni e le statue più piccole della regina Tiye e della madre del re, Mutemuiya. Ri­partiamo alla volta della Valle dei Re.

     

     

    Arriviamo col pullmino fino al parcheggio del nuovo in­gresso e veniamo avvisati che non è possibile introdurre fotocamere e videocamere, neppure per le riprese esterne: tanto vale lasciarle a bordo. Il trenino ci porta in pochi minuti fino all’ingresso della Valle. Imbocchiamo lo wadi principale e ci dirigiamo subito alla KV57, la tomba di Horemheb, finalmente riaperta al pubblico anche se per poco tempo, ma non importa, noi ci siamo. Anch’io sono in preda ad emozione ed entusiasmo per­ché non sono mai entrato in questo ipogeo. Scendiamo quattro rampe di scale intervallate da tre cor­ridoi, per circa un’ottantina di metri, fino a quando incontriamo le prime splendide decorazioni nella piccola anticamera. Il restauro è terminato da poco e i colori sono molto vivi, come se gli arti­sti di Deir el-Medina avessero posato gli attrezzi pochi giorni prima. A la­sciarmi impressionato è stata la figura di Anubi con la sua testa nera, un nero che non avevo mai vi­sto prima in nessun di­pinto: sarà questione di gusti, ma mi sembra che qui il restauratore abbia cari­cato un po’ troppo. In alcuni punti le decorazioni sono appena abbozzate e questo ci dà modo di parlare un pochino delle tecniche de­corative delle tombe. Giungiamo infine nella parte più impor­tante dell’ipogeo, la camera del sarco­fago, realizzata su due livelli: il primo è una camera a sei co­lonne quadrate con una breve scala nel centro del pavimento che conduce al secondo livello, la ca­mera che contiene il sarcofago di granito rosso. Anche qui troviamo decorazioni incompiute su gran parte delle pareti, ad eccezione del muro meridionale dove ammiriamo alcune scene famose tratte dal Libro delle Porte. Iniziamo la risalita e osserviamo ancora le decorazioni sperando di scoprire particolari che ci erano sfuggiti prima. All’uscita ci fermiamo un attimo per riabituarci alla forte luce naturale e per riprendere il fiato. Proseguiamo il cammino sullo wadi principale e giun­giamo alla KV14, la tomba di Tausert e Sethnakht, un ipogeo che penetra per ben 160 metri nella montagna e che ha custodito le spoglie dell’ultima regina della XIX dinastia e del primo re della XX. Iniziamo la visita cam­minando per gli ampi corridoi e osserviamo sulle pareti le immagini di molte divinità al cui cospetto compare la re­gina Tausert defunta, anche se nella maggior parte dei casi la figura è stata sostituita con quella dell’usurpatore Sethnakht: un esempio davvero evidente lo troviamo nella piccola camera che precede quella sepolcrale, dove le immagini della regina Tausert sono state so­sti­tuite da enormi cartigli del re Sethnakht. Magnifica la camera del sarcofago della regina, dove – dal muro destro – domina la famosa scena del Libro delle Caverne con l’anima del dio Ra in forma di avvoltoio e a testa di ariete. Imbocchiamo i due corridoi successivi che – insieme alla seconda camera sepolcrale – costituiscono la parte di tomba che Sethnakht ha costruito per sé dopo aver usurpato tutto il resto a Tausert, e giungiamo alla camera del sarcofago. A un primo sguardo no­tiamo subito che si tratta di una replica della camera precedente in scala più grande, ma sotto l’aspetto decorativo ci offre molto meno, eccezion fatta per il sarcofago in granito rosso posto al centro del pavimento infossato: osserviamo alcuni particolari di questo reperto scolpito a forma di cartiglio e concludiamo la visita. La risalita è molto più agevole rispetto alle scalinate percorse nella tomba precedente, basti pensare che il dislivello fra l’ingresso e la camera sepolcrale qui è di soli 5 metri, contro i 30 della tomba di Horemheb.

     

     

    La scelta della terza e ultima tomba da visitare cade su quella di Thutmosi IV, perché risale alla metà della XVIII dinastia  ed ha una pianta a “L”, di­versamente dagli ipogei delle dinastie successiva con struttura “a siringa”. La tomba di Thutmosi III artistica­mente sarebbe stata  più interessante, ma purtroppo è chiusa. Per raggiungere la KV43 dobbiamo incamminarci per lo wadi sud-orientale, passando davanti alle tombe di Ramesse I e Sethi I. Il sentiero sale leggermente e in po­chi minuti siamo all’ingresso della tomba. Entriamo, scendiamo le due scale e i due corridoi che ci portano alla camera con pozzo, dove troviamo le prime decorazioni parietali: il giallo con cui sono dipinte le pareti crea un bel contrasto con il colore usato per la figura del re e de­gli dèi, e anche con il bianco del sudario di Osiri e della veste di Hathor. Sopra di noi il soffitto è dipinto di blu e decorato con un tema a stelle dorate. Proseguiamo, attra­versiamo la camera con colonne priva di decorazioni e com­piamo la prima svolta di 90 gradi, imboccando la prima di due rampe di scale che ci portano all’anticamera. Qui troviamo decorazioni pressoché identiche a quelle della camera a pozzo, stessi colori e stesso tema, il re di fronte ad alcune divinità (Anubi, Hathor, Osiri) che avvicinano l’ankh alle sue narici per infondergli la vita eterna. Dopo la seconda svolta entriamo nell’ultimo ambiente della tomba, la camera del sarcofago. La struttura è simile a quella del sepolcro di Horemheb, una stanza con co­lonne e quattro annessi realizzata su due livelli: su quello inferiore ovviamente è depo­sto il sarco­fago del re. Scendiamo per ammirarlo da vicino, trattandosi anche dell’unico elemento decorativo della camera. È realizzato in quarzite gialla dipinta di rosso ed è scolpito a forma di car­tiglio, con Nefti e Isi incise rispettivamente sulla testa e sul piede della cassa: sui lati invece com­paiono Anubi, Hapy e Horo con i suoi quattro figli. Il contrasto fra il fondo rosso e il bianco e il nero delle vesti divine è in parte placato dal giallo tenue dei geroglifici che ricoprono quasi intera­mente la cassa. Concludiamo anche questa terza visita e risaliamo in superficie, anche perché là sotto si iniziava a mancare un tantino l’aria. Ripercorriamo pian piano lo wadi e lungo il cammino leggiamo i numeri delle tombe e i nomi dei loro proprietari, quasi come se stessimo cercando la casa di qualcuno: in realtà è un saluto a chi per secoli ha riposato dentro la montagna tebana.

     

     

    Lasciamo la Valle e con il pullmino raggiungiamo il ver­sante opposto della montagna, la località di Deir el-Bahari dove sorge il Tempio di Hatshepsut. La fila alla bigliette­ria è interminabile, siamo un po’ perplessi per il tempo che potremmo perdere in coda, e così decidiamo di ac­contentarci di una visita “esterna”. Ci avviciniamo al mu­retto di cinta e da lì parliamo del tempio, della sua storia e della sua architettura, e individuiamo i punti con le deco­razioni più interessanti. Mentre discutiamo di tutto que­sto, si avvicina un guardiano e con tono di voce alterato ci dice che non possiamo stare lì, o entriamo o paghiamo comunque il biglietto. L’ordine ci sembra talmente assurdo che non possiamo fare altro che ignorarlo e continuare il nostro discorso culturale. Il tipo insiste, ma noi ci comportiamo come i peggiori sordi, quelli che non vogliono sentire, e alla fine veniamo lasciati in pace. Ancora oggi pensiamo che sia stata una scusa per allontanarci, forse nel timore che eludessimo la sorveglianza per entrare senza biglietto.

     

    Dopo questo curioso episodio, torniamo sul pullmino che ci aspetta lì nel parcheggio a qualche decina di metri. La prossima tappa è il Ramesseum, il tempio funerario di Ramesse II, dove speriamo di trovare poca gente e di fare così una visita tranquilla e indisturbata. La speranza di­venta certezza non appena giungiamo all’ingresso: con una rapida occhiata all’interno del sito notiamo la pre­senza di pochissime persone. Percorriamo il nuovo via­letto di ingresso che conduce al primo cortile, ma ci por­tiamo subito all’esterno del primo pilone per osservare una buona parte della struttura collassata a causa delle inondazioni del Nilo che col tempo avevano reso il terreno troppo friabile: ci arrampichiamo per qual­che metro fino ad un punto dove si ha un’ottima visuale sulla parte interna e scattiamo qualche foto. Sulla facciata interna del pilone ritroviamo le celebri scene che ave­vamo ammirato anche ad Abu Simbel, la battaglia di Qa­desh, e diamo poi un rapido sguardo ai numerosi basa­menti di colonne sulla nostra destra, tutto ciò che resta del palazzo reale. La nostra attenzione però era già stata cat­turata qualche minuto prima dall’enorme colosso di Ra­messe che giace a terra, ma che un tempo si ergeva per ben 17 metri: la muscolatura della spalla, le pieghe sottili del gonnellino e altri particolari che riu­sciamo a individuare ci lasciano davvero senza parole di fronte ad un’opera mastodontica come questa. Una breve passeggiata sotto il portico interno del secondo pilone ci porta davanti ad altre scene della battaglia di Qadesh, più dinamiche di quelle ammirate sul primo pilone, con morti e fe­riti distesi confusamente sul terreno. Restiamo incantati anche dalle statue osiriache di Ramesse II che dal portico colonnato si affacciano sul secondo cortile, un ampio spazio costruito su un livello più alto del primo. Osserviamo tutto quello che ci circonda, i basamenti di altri due colossi di Ra­messe, la testa in granito nero di uno dei due colossi, le decorazioni del muro posteriore del portico, con il sovrano al cospetto della triade tebana e una processione di 11 dei suoi figli. Saliamo la scala che ci porta alla sala ipostila e passeg­giamo nella navata centrale ammirando i capitelli papiri­formi che conservano ancora parecchie tracce di colore azzurro e rosso. Con l’immaginazione torniamo indietro di oltre 3000 anni e ci immergiamo nel buio della sala, ri­schiarata solamente da quel poco di luce che entrava dall’alto per via dell’altezza inferiore dei colonnati esterni alla navata. Ci soffermiamo davanti alle raffigurazioni dell’imposizione della corona e della consegna dello scettro da parte degli dèi Sekhmet e Amon, per poi andare a vedere i soffitti della sala astronomica con le belle rappresentazioni delle costellazioni e dei 36 decani. Concludiamo la visita dando uno sguardo alle strutture annesse, i resti del piccolo doppio tempio dedicato a Nefertari e i grandi magazzini in mattoni crudi.

     

     

    Siamo ormai in tarda mattinata, ma ci sta ancora una visita prima della pausa per il pranzo frugale. Ci trasferiamo nella parte meridionale della necropoli per visitare il Villaggio degli Artigiani a Deir el-Medina. Dal Ramesseum arriviamo ai sito archeologico in pochi minuti, il sole è alla sua mas­sima altezza e non c’è un filo d’ombra se non sotto la tettoia del moderno ingresso al sito. Nel bi­glietto è compresa anche la visita a due sepolture private che sono ubicate proprio lì all’ingresso, andiamo subito a vederle iniziando dalla Tomba di Inherkhau (anche se l’ordine cronologico è inverso). La discesa nell’ipogeo non è delle più comode, la scala scende ripida fino a un passaggio molto basso che ci conduce in un’anticamera e poi nella camera sepolcrale. Siamo meravigliati dalla quantità di decorazioni realizzate in questo piccolo am­biente, 31 scene in tutto, ma il motivo c’è: Inherkhau è vissuto fra i regni di Ramesse III e Ramesse IV (XX dina­stia, 1180-1150 a.C. circa) e ha ricoperto una carica molto importante nella comunità degli artigiani, era “Caposquadra degli operai della parte sinistra”. Predominano le tonalità chiare, il colore di fondo delle pareti è giallo ocra e quasi tutti i personaggi indossano vesti bianche, per questo motivo il contrasto maggiore è dato dal nero delle parrucche indossate dal defunto, dalla moglie e da alcuni sacerdoti. Ci soffermiamo sulle scene più famose, l’arpista che suona per Inherkhau e sua moglie, il gatto di Eliopoli che uccide il serpente Apopi, il defunto che ve­nera le Anime di Pe e Nekhen. Ci congediamo da tutta questa raffinatezza che ci circonda, torniamo in superficie per ridiscendere subito nell’ipogeo adiacente, la Tomba di Sennedjem. Restiamo estasiati per la seconda volta, at­torno a noi ci sono scene celeberrime che abbiamo incon­trato sulla maggior parte dei libri che ci raccontano dell’Egitto, ma soprattutto il loro stato di conservazione è perfetto. Sennedjem è stato “Servitore nella Sede della Verità” durante i regni di Sethi I e Ramesse II (XIX dinastia, 1280 a.C. circa) e per questo ha potuto permettersi una tomba così riccamente de­corata, anche se il tema delle decorazioni è abbastanza classico. Nonostante il colore di fondo sia ancora il giallo ocra, c’è più colore in queste scene rispetto a quelle della tomba precedente e i det­tagli naturali risaltano meglio. Anubi prepara la mummia del defunto sulla quale poi vegliano Isi e Nefti in forma di falco, il defunto e la moglie che giocano al senet, che adorano gli dèi dell’oltretomba, che nutriti dalla dea Nut. E infine la scena più famosa, la vita ultraterrena nei Campi di Iaru, dove la coppia è raffigurata mentre semina, miete e ara il grano. Contempliamo tutto per alcuni minuti, poi la richiesta sempre più insistente del guardiano per il suo bakshish ci sprona a lasciare la camera sepolcrale per continuare la visita nel villaggio.

     

     

    Torniamo sotto il sole caldo che illumina la collina di el-Qurnet Murai e la piccola valle che ospita il villaggio, davanti a noi ci sono i resti di una settantina di abitazioni che più di tre millenni fa erano occupate dalla comunità degli artisti e degli operai impegnati nei lavori di costruzione delle tombe reali. Ai turisti non è consentito percorrere la via principale dell’abitato, si può solo costeggiarlo lungo il vialetto che conduce a nord. Nonostante questo riusciamo benissimo a vedere le abitazioni, ormai ridotte a semplici muretti alti circa mezzo metro che ne delineano la pianta. Erano case costruite in mattoni crudi con tetti di foglie e legno di palma, avevano piccole stanze interne, una terrazza e a volte una cantina, e le loro dimensioni variavano a seconda della posizione sociale del padrone. Per un attimo ci immaginiamo nella lunga via principale l’andirivieni di quelle poche centinaia di persone occupate nelle loro attività quotidiane. Proseguiamo lungo il vialetto, ci lasciamo alle spalle il villaggio e giungiamo al tempio tolemaico dà origine all’attuale toponimo del luogo, “Città del monastero” (Deir el-Medina, in arabo). Il custode del tempio mi viene incontro a braccia aperte ed esclama “Doctor! Doctor!”. Rimango visibilmente sorpreso, ma mi pare strano che questo tizio si ricordi davvero di me dopo un anno e mezzo dalla mia ultima visita. È vero che anche la volta scorsa ero abbigliato in quel modo, cappello bianco, occhiale scuro, indumenti color khaki e attrezzatura video in spalla, ma è passato molto tempo e chissà quant’altra gente si è presentata al tempio vestita così: probabilmente era solo una lusinga molto teatrale per avere un lauto bakshish. Oltrepassiamo il muro di cinta e andiamo dritti a visitare il tempietto costruito fra i regni di Tolomeo IV e Tolomeo VI e dedicato alla dea Hathor. La visita è molto breve perché il monumento è piccolo con una struttura architettonica molto semplice, ma al suo interno troviamo alcune decorazioni interessanti: Imhotep divinizzato con sua madre e sua moglie e a destra mostra Amenhotep (figlio di Hapu) divinizzato, l’ariete di Mendes a quattro teste, e anche un’insolita raffigurazione di Anubi ornato da un mantello. Una scala conduce al tetto da dove potremmo godere di un’ottima vista sul cortile interno e sul mammisi adiacente, ma purtroppo il passaggio è chiuso. Salutiamo l’amico custode e usciamo dal tempio per andare a vedere la famosa buca degli ostraka – poco più a nord del sito appena visitato – dove è stata ritrovata una gran quantità di iscrizioni che ha consentito agli archeologi di rico­struire l’organizzazione della comunità degli artigiani.

     

     

    Ripercorriamo pian piano il vialetto esterno che costeggia il villaggio e risaliamo sul pullmino che ci porta al prossimo sito, il Tempio Funerario di Ramesse III a Medinet Habu. Abbiamo ancora tutto il pomeriggio per la visita, e così decidiamo di fare uno strappo alla regola concedendoci un pranzo un po’ più sostanzioso del solito. Ci fermiamo al ristorantino proprio di fronte all’ingresso del tempio, siamo gli unici clienti e veniamo accolti con molta cortesia. Ognuno ordina il suo piatto cercando di indirizzare la scelta su qualcosa di non troppo pesante, dato che fa decisamente caldo e c’è ancora una visita da fare, ma il tavolo viene letteralmente ricoperto di pane, salse e verdure di ogni tipo: ci facciamo coraggio e cerchiamo di superare questo “incidente di percorso”, ma non riu­sciamo (e non vogliamo ) consumare tutto. Usciamo dal ristorantino fin troppo soddisfatti e ci pre­sentiamo all’ingresso del tempio con energia sufficiente per visitarlo tre volte!

     

     

    Entriamo dall’antica porta orientale fortificata che anti­camente veniva raggiunta attraverso un canale dal Nilo, oltrepassiamo la torre con le sue ampie finestre e ci ritro­viamo nel grande spazio interno dominato dal primo pi­lone. Prima di avvicinarci alla massicciata del pilone, fac­ciamo una visita alle cappelle delle “Divine Adoratrici di Amon”: all’interno ci sono ancora i piccoli altari a forma di hetep (l’offerta) sui quali sono incise le figure dei beni che venivano donati alla divinità. Il primo pilone è dav­vero imponente, due torri larghe circa 30 metri ciascuna e decorate con scene celebrative del sovrano che colpisce i prigionieri e che riceve in dono la spada ricurva, simbolo della forza in battaglia. Varchiamo la soglia del grande portale del primo pilone ed entriamo nel primo cortile. Il nostro sguardo viene subito catturato dalle sette enormi statue osiria­che del re, sostenute da altrettante colonne di un portico. Notiamo che qui ci sono solo decorazioni di tipo rituale e religioso, mancano le scene militare incise sugli altri muri, scene di vittoria sui Libici e sui Popoli del Mare. Prima di proseguire sostiamo davanti alla “Finestra delle Apparizioni” parlando della funzione che aveva quest’apertura ricavata nel portico meridionale. Saliamo la rampa di scale che – attraverso il secondo pilone – ci porta nel secondo cortile. Anche qui incontriamo due portici con colonne osiriache, ma la nostra attenzione si rivolge subito ai rilievi che si sono preservati benissimo con colori ancora vividi: infatti, gli occu­panti copti che avevano stabilito qui la Chiesa di Djeme non hanno scalpellato i rilievi, ma li hanno semplicemente ricoperti con intonaco, favorendone quindi la conservazione. E così possiamo ammi­rare scene della festa del dio Sokar, del dio Min, e scene legate al potere reale. Oltrepassando il terzo pilone, alziamo lo sguardo e restiamo affascinati dai bei cartigli di Ramesse III che ornano la parte inferiore dell’architrave: i geroglifici che compongono il nome del re formano anche un armonioso tema decorativo, una pe­culiarità dell’antica scrittura egizia. L’ultima parte del tempio che andiamo a visitare è costituita dalle due sale ipostile – di cui restano solamente i numerosi basamenti delle colonne – e le sale laterali dedicate sia al tesoro del tempio, sia al culto del re e di alcune divinità solari fra cui Ra-Horakhty. È già passata più di un’oretta dal nostro ingresso al tem­pio e il sole ha già iniziato la sua discesa verso la monta­gna tebana, buona parte dei cortili interni sono in ombra e noi ne approfittiamo per riprenderci un po’ dalla calura. Ma c’è ancora qualcosa da vedere per completare la vi­sita, e dobbiamo portarci all’esterno del tempio, precisa­mente nella zona meridionale. Qui troviamo i resti del palazzo reale annesso al tempio (una tradizione inaugu­rata da Sethi I nel suo tempio funerario di Sheikh Abd el-Qurna). Si tratta di muretti bassi, porte e resti di colonne che deli­neano nell’insieme la struttura dell’edificio utilizzato dal sovrano per presiedere alle più importanti cerimonie religiose. Ci avviciniamo poi alla parete di fronte (il muro meridionale esterno del tem­pio) per ammirare un famoso rilievo del re sul suo cocchio da guerra mentre caccia il toro sel­vaggio nelle paludi, e il calendario religioso con le festività da celebrarsi nel tempio: è l’iscrizione egizia più lunga che esiste, oltre 1400 linee! Con il sole quasi al tramonto facciamo l’ultima passeggiata verso la torre d’ingresso e salutiamo anche Medinet Habu.

     

     

    Torniamo all’hotel per darci una sistematina e recuperare i bagagli, non pernotteremo a Luxor bensì al Cairo. Il ritardo accumulato durante il viaggio in treno all’andata ci aveva preoccupato non poco, e anche l’amico Aziz ci aveva avvisato che i disagi sulla linea ferroviaria avrebbero potuto protrarsi fino al giorno della nostra risalita verso la capitale. Per non rischiare troppo abbiamo deciso di permutare il viaggio del treno a cuccette con un volo interno che ci avrebbe consentito di essere al Cairo verso mezzanotte. Il pullmino parte dall’hotel nel tardo pomeriggio e ci porta in città, abbiamo tempo sufficiente per una visita prima di cena e così ci facciamo accompagnare al Tempio di Luxor.

     

    L’ingresso non è più dal viale lungo il Nilo, ma dalla parte opposta, dove è stato realizzato un ampio parcheggio per i mezzi. Ormai è buio e l’intero sito è illuminato artificialmente. Già dai primi passi che muoviamo appena dopo l’ingresso ci rendiamo conto che stiamo per iniziare una delle visite più suggestive di tutto il viaggio. Non eravamo mai stati dentro il tempio a quest’ora, l’avevamo visitato altre volte ma sempre durante il giorno. Voltiamo le spalle al pilone d’ingresso e restiamo senza parole da­vanti al corridoio luminoso del Viale di Sfingi, ormai in gran parte restaurato. Lo percorriamo tutto fino all’ultima coppia di statue per poi girarci ad ammi­rare lo spettacolo grandioso dell’obelisco e dei due colossi ramessidi che proteggono il pilone, con il colonnato di Amenhotep III che spunta fra le due torri. Ritorniamo verso l’ingresso e sfiliamo ai piedi dei colossi, un po’ riverenti e un po’ affascinati da tanta maestosità. Appena varcata la soglia del pilone, but­tiamo l’occhio a sinistra e notiamo con dispiacere quanto sia deformata la struttura del pilone: un filo di piombo ap­peso ad una certa altezza ci mostra impietosamente che la massicciata sta spanciando verso l’interno. Entriamo nel cortile di Ramesse II, leggermente disassato rispetto alle strutture seguenti probabilmente per allinearsi con il triplo tabernacolo costruito da Thutmosi III e destinato a ospi­tare le barche sacre della triade tebana. Giriamo tutto attorno al cortile, osserviamo le colonne su ogni lato, il tabernacolo, le statue colossali che Ramesse II ha usurpato ad Amenhotep III, tutto bello, ma è poco in confronto allo spettacolo che ci viene offerto quando var­chiamo la soglia meridionale del cortile, dove un tempo sorgeva il secondo pilone: entriamo nel colonnato di Amenhotep III.

     

     

    È un’opera maestosa, unica in tutta l’architettura egizia, 14 colonne papiriformi che svettano verso il cielo e che terminano con capitelli a bocciolo aperto. Sicuramente l’effetto della luce proiettata dal basso contribuisce a slanciare ancor di più questi enormi papiri di pietra, e il risultato è che tutto il gruppo cammina per 50 metri con gli occhi per aria. Quasi passano inosservati i bei rilievi della festa di Opet sui muri che fiancheggiano il colonnato: quasi, ma non del tutto, perché prima delle ultime due colonne torniamo un po’ indietro ad osservare le belle scene della famosa processione. Ma lo spettacolo delle colonne non finisce qui, perché l’area successiva del tem­pio è il cortile di Amenhotep III circondato dalla cosid­detta “foresta di colonne”, un portico formato da due file di colonne papiriformi con capitello a bocciolo chiuso. Questo ampio spazio aperto ci porta ad un vestibolo e poi alla parte più interna del tempio con le anticamere ipostile di Amenhotep III, fino ad arrivare al sacrario che era usato come deposito delle barche sacre in epoca faraonica, ma che è stato poi modificato da Alessandro Magno, il quale si è fatto raffigurare in veste di so­vrano egizio mentre compie offerte ad Amon. L’atmosfera suggestiva della visita serale ci ha fatto perdere un po’ il senso del tempo, guardiamo l’orologio e ci accorgiamo che è quasi ora della cena: non possiamo tardare troppo perché dobbiamo poi andare in aeroporto. Facciamo un giro negli ultimi ambienti del tempio, la sala della nascita di Amenhotep III con le scene che illustrano il mito della nascita divina del re, l’anticamera privata conosciuta come “Harem di Opet” dietro al santuario, e lentamente ripercorriamo il cammino fatto fino a quel momento passando ancora sotto gli splendidi colonnati del tempio.

     

    Salutiamo Ipet-Resut, “l’Harem del Sud” (il nome dato dagli antichi a questo sito), e ci facciamo accompagnare dal pullmino al ristorante Sofra, un locale molto carino dove avevamo cenato altre volte nei precedenti viaggi. Ci servono una cena deliziosa e alla fine un ottimo dolce per festeggiare il compleanno di mamma Heidi. E così, fra racconti, risate e squisito cibo egizio, giunge l’ora di salutare anche Luxor. Usciamo dal centro e in pochi minuti siamo all’aeroporto, situato alle spalle della città al confine fra la terra coltivata e il deserto arido. Decolliamo puntuali e in un’oretta siamo al Cairo, recuperiamo le valige e saliamo sul mezzo che ci aspetta fuori dall’aeroporto, e poi via velocissimi verso l’hotel. Sembra incredibile viaggiare su una strada semideserta, la stessa strada che una settimana prima era intasata di traffico, ma meglio così, siamo stanchissimi e non vediamo l’ora di metterci a letto. Buonanotte.

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