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Diario di viaggio - Novembre 2009 - 6° GIORNO
Last Post 09 mar 2010 01.02 by nebtauy. 0 Replies.
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Paolo Belloni

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09 mar 2010 01.02

    Giorno 6 – Giovedi 5 Novembre

     

    La visita all’Egitto nubiano si è conclusa e oggi si risale verso Luxor, ma con quattro soste molto interessanti. Alle 7 in punto siamo con i bagagli in mano dopo una colazione semplice, e il pullmino ci aspetta fuori dall’hotel. Già dopo i primi chilometri, guardando fuori dal finestrino ci prende un po’ di nostal­gia per il paesaggio nubiano che abbiamo visto per la prima volta cinque giorni fa dal treno e che oggi lenta­mente si allontana: ci consoliamo pensando ai grandiosi monumenti che vedremo in giornata e alle meraviglie della West Bank di Luxor che vedremo l’indomani. Dopo una quarantina di chilometri arriviamo alla prima tappa: il Tempio di Kom Ombo. Siamo fiduciosi di essere fra i primi visitatori e di poterci gustare il tempio con calma, ma giunti alla biglietteria ci troviamo davanti tre grosse comitive appena sbarcate da due navi da crociera, e non possiamo fare altro che accodarci. Mentre ci avviamo verso l’ingresso parliamo del tempio e della sua storia. Il monumento, dedicato principalmente agli dèi Sobek e Haroeris (Horo il vecchio), sorge su un promon­torio della riva orientale del Nilo a pochi chilometri dalla città moderna e in tempi antichi faceva parte del distretto di Elefantina. Entriamo nel grande cortile, giriamo attorno ai due grandi bacini di granito  che un tempo erano forse utilizzati per le libagioni durante i rituali. Da qui osser­viamo la facciata della prima sala ipostila e i resti del portico a colonne risalente all’epoca degli imperatori romani Tiberio, Vespasiano e Domiziano: in alcuni punti dei muri e delle colonne possiamo osservare i colori ancora ben preservati. Varchiamo la soglia della prima sala ipostila costruita da Tolomeo XII e ci aggi­riamo fra le colonne ornate a motivo floreale e ammi­riamo le decorazioni ben preservate dei muri, prevalen­temente scene di rituali. Uno sguardo all’insù ci lascia stupefatti, il soffitto è decorato con scene astronomiche e con gli avvoltoi della dea Nekhbet, e i colori sono in ot­timo stato di conservazione. Passiamo alla seconda sala ipostila, più piccola della prima ma con una struttura pressoché identica. Visitiamo anche le sue sale laterali, adibite un tempo alla preparazione delle of­ferte, e notiamo un po’ di coda in un punto particolare: è la stanza in cui è raffigurato il calendario con le date delle principali festività, che dopo qualche minuto di attesa riu­sciamo a visitare anche noi. Continuiamo il giro e pas­siamo fra i resti delle anticamere e dei due santuari di So­bek e Haroeris dove è ancora possibile vedere i piedestalli su cui venivano appoggiate le barche sacre degli dèi. La­sciamo la parte centrale del tempio e imbocchiamo il pas­saggio che corre attorno all’edificio, ma anche qui ci dobbiamo metterci in coda per ammirare un altro famoso rilievo realizzato nella parte interna del muro di cinta, sul fondo del tempio, quello degli strumenti chirurgici: due comitive di giapponesi ci bloccano per parecchi minuti, ancora oggi ho il dubbio che abbiano fotografato gli strumenti uno a uno. Prima di lasciare il sito, passiamo nei pressi di un pozzo molto profondo con una scala e un nilometro, usato in antichità per misurare la piena del Nilo. Ci rechiamo verso l’uscita realizzata all’estremità nord del cortile, ma il percorso ci obbliga poi a tornare indietro verso la zona della biglietteria e della caffetteria. L’amico Aziz ci aspetta lì e – un po’ preoccupato – ci segnala che si è fatto tardi. Abbiamo perso più tempo del previsto a causa dei tanti visitatori già presenti di prima mattina.

     

    Ripartiamo subito e percorriamo una settantina di chilometri verso nord mantenendoci sulla riva orientale: il panorama cambia di frequente, attraversiamo campagne e poi zone più aride a ridosso di alcune alture rocciose. Finalmente un’indicazione di svolta a sinistra. Oltrepassiamo il ponte che ci porta sulla riva occidentale, tagliamo in due la città e arriviamo al parcheggio di fronte al Tempio di Edfu. Il piazzale non sembra affollato di mezzi, il che ci fa ben sperare per la successiva visita. Per raggiungere la biglietteria dobbiamo passare davanti a tutti i negozietti ed è inevitabile l’assalto da parte dei proprietari. Agitando la mano e ripetendo a raffica shukran, arriviamo sani e salvi all’ingresso. Il viale oltre la biglietteria ci porta di fronte alla prima struttura, il mammisi, decorato con belle scene di natività e di allattamento del dio Horo nelle pa­ludi. Apprezziamo il risultato dei restauri che avevo visto nell’aprile del 2008: in alcuni punti, sui capitelli floreali e sulle pareti esterne del tabernacolo, sono visibili tracce di colore bianco, azzurro e rosso che ci fanno viaggiare indietro nel tempo quando questi colori davano tutt’altro aspetto al monumento. La visita è breve e subito dopo mettiamo piede nel cortile antistante il grande pilone. Con la complicità di un cielo terso e azzur­rissimo, lo spettacolo che ci si presenta davanti è note­vole. Il pilone di ingresso, con i suoi 36 metri di altezza i 79 di larghezza, occupa praticamente tutta la visuale, e possiamo ammirare le sue decorazioni con il massacro simbolico dei prigionieri da parte del re Tolomeo XII di fronte agli dèi Horo e Hathor. Passiamo davanti alle due statue dei falconi che sono lì di guardia al grande portale del tempio, superiamo il pilone ed en­triamo nel grande cortile racchiuso su tre lati da un portico colonnato: il presentimento avuto nel parcheggio si rivela fondato, c’è poca gente all’interno e finalmente possiamo goderci un grande sito con la dovuta calma. Passeggiamo un po’ sotto il colonnato (anche per cercare riparo dal sole che sta iniziando a scottare) e osserviamo le incisioni pa­rietali della “Festa del Bell’Incontro”, una festività im­portante durante la quale la statua della dea Hathor giun­geva a Edfu da Dendera per incontrare il suo consorte Horo. Il gruppo più numeroso di persone è radunato da­vanti alla facciata del tempio, chissà come mai. Stanno facendo a turni per farsi fotografare davanti alla famosa statua in granito nero del falcone Horo con la doppia co­rona: dato che c’è calma, aspettiamo anche noi il nostro turno e facciamo qualche foto. Oltrepassiamo la facciata del tempio ed entriamo nella sala ipostila esterna (il pronao). La grande luce che illu­mina il cortile comincia qui ad attenuarsi, in parte per la copertura del soffitto e in parte per i muri divisori della facciata, tipica struttura dei templi del Periodo Tardo e Tolemaico. Ma in questo si riflette il concetto antico della luce che doveva diminuire man mano che ci si avvicinava alla parte più interna del tempio, il santuario, dove era alloggiata la barca sacra con la statua della divinità. I ca­pitelli floreali delle 18 colonne sostengono il soffitto de­corato con figure astronomiche che copre la sala a 15 metri di altezza. Giriamo in mezzo a questo grande “canneto di pietra” e osserviamo i rilievi sulle pareti della sala, tipiche scene di offerta in­sieme a rilievi ben preservati della cerimonia di fondazione del tempio. Continuiamo il percorso verso l’interno del tempio, attraversiamo la seconda sala ipostila con le sue 12 colonne, visitando anche le camere laterali che contengono i testi per la preparazione di in­censi e unguenti. Dopo due piccoli vestiboli giungiamo fi­nalmente al santuario centrale, che contiene l’oggetto più antico del tempio, un tabernacolo in granito con i cartigli del re Nectanebo I (XXX dinastia, 350 a.C.) davanti al quale è sistemata sul suo basamento una bella riprodu­zione della barca sacra del dio Horo. La luce all’interno del santuario arriva dall’apertura frontale e da alcune lam­pade poste sul pavimento, ma in tempi antichi questo luogo era chiuso da due grandi porte (di cui vediamo ancora i buchi per i cardini) ed era buio. Restiamo un po’ in contemplazione della parte più sacra del tempio e terminiamo la visita interna guardando le camere che circondano il san­tuario, dedicate a varie divinità. Ci portiamo poi all’esterno, nel corridoio che corre attorno alla parte in­terna per osservare i muri completamente incisi con testi e scene del “Dramma di Edfu” e dell’“Insediamento del Falcone Sacro”. Con calma rifacciamo tutto il percorso a ritroso scattando le ultime foto e lentamente ci portiamo verso l’uscita del tempio. È quasi mezzogiorno, la fame non è ancora opprimente ma il caldo sì, e così sostiamo una quarto d’ora alla caffetteria lungo il viale d’uscita, giusto il tempo per dissetarci con un’ottima spremuta di arance bella fresca.

     

    Torniamo a bordo del pullmino e ripartiamo, una ventina di chilometri ci separano dalla tappa successiva, ma prima di lasciare la città di Edfu ci fermiamo in un negozietto a comprare qualcosa per il pranzo. Con pochi soldi acqui­stiamo 1 chilo di bananine, un po’ di arance, mele, snack al cioccolato, acqua e succhi di frutta: ce n’è abbastanza in vista della cenetta che faremo in serata a Luxor. Dopo venti minuti di viaggio circa arriviamo alla Necropoli di El-Kab e turbiamo la quiete dei custodi; non è un sito molto battuto, purtroppo per loro ma fortunatamente per noi. Infatti siamo i soli visitatori in quel momento e un paio di persone ci accompagnano alla scali­nata che porta su alle tombe degli ufficiali del Nuovo Regno. Le visitiamo una ad una, e in ciascuna tomba troviamo particolari unici relativi alla vita terrena dei proprietari; le scene di offerta e proces­sioni fune­bri nella tomba di Paheri, sindaco della città di Nekheb durante la XVIII dinastia; la barca di Nekhbet e i testi di giubilo di Ramesse III nella tomba di Setau, sacerdote della dea Nekhbet; la famosa biografia del generale Ahmosi, nonno di Paheri e personaggio di rilievo nelle guerre di libe­razione contro gli Hyksos; infine le scene agricole e di banchetto nella tomba Renni, sindaco di Ne­kheb durante il regno di Amenhotep I. Completiamo le visite in una mezzoretta, riscendiamo la scalinata e lasciamo il sito di El-Kab.

     

    Circa 35 chilometri ci separano dall’ultima tappa prima della destinazione finale. In poco più di mezzora raggiungiamo la città di Esna, sulla riva occidentale del Nilo, ma le indicazioni per il tem­pio non sono chiarissime, dobbiamo attraversare una parte di città e poi costeggiare di nuovo il Nilo fino alla piccola biglietteria posta lungo la strada. Attendiamo l’arrivo del guardiano, acquistiamo i biglietti e imbocchiamo una via un piuttosto decadente, piena di negozietti che aprono come per magia al nostro passaggio. Facciamo gli indifferenti (ormai abbiamo im­parato), tiriamo dritto e camminiamo per un centinaio di metri fino a quando compare davanti a noi il Tempio di Khnum, all’interno di un fossato profondo ben 9 metri. Il livello stradale è praticamente all’altezza dei capitelli ed è davvero particolare questa prospettiva, almeno per noi tu­risti che siamo abituati ad ammirare questi grandi monu­menti con lo sguardo verso l’alto. Una scalinata ci porta giù nel fossato e approfittiamo subito della grande zona d’ombra per sostare alcuni minuti a parlare del tempio. Dalle fonti storiche sappiamo che l’edificio attualmente visibile è la sala ipostila co­struita dall’imperatore romano Claudio ed è circa un quarto della di­mensione dell’edificio originale più antico. Lo schema su cui è co­struito questo tempio è lo stesso dei templi di Edfu e di Dendera e balza subito all’occhio la struttura tipica degli edifici di epoca tole­maica, la facciata con i muri divisori che uniscono a mezza altezza le sei colonne con capitelli floreali. Entriamo in questa piccola selva di colonne, sono 24, ognuna con un diverso capitello floreale e con deco­razioni che descrivono le festività religiose della città. Osserviamo le scene in rilievo sulle pareti interne, ma il nostro sguardo è attirato an­cora una volta verso l’alto, verso le parti superiori delle colonne e i ca­pitelli, dove il colore si è conservato molto bene in parecchi punti. Ne­gli angoli del muro orientale riusciamo anche a individuare i due fa­mosi inni crittografati al dio Khnum, uno composto per lo più con se­gni geroglifici di coccodrilli, l’altro con segni di arieti. Concludiamo la visita con uno sguardo ai rilievi della facciata del tempio dove sono raffigurati gli imperatori romani con i loro cartigli davanti a molte divinità dell’Alto Egitto.

     

    Ripartiamo alla volta di Luxor, una cinquantina di chilo­metri ci separano dall’antica capitale, sono le 15.30 e un po’ di stanchezza comincia a farsi sentire. Nell’oretta scarsa di viaggio attraversiamo molti villaggi e dai fine­strini del nostro mezzo immortaliamo tanti scorci di vita rurale della gente comune. Giunti all’hotel sulla West Bank, ci concediamo un’oretta di riposo e quando usciamo è già buio. Poco male, dobbiamo solo fare 50 metri per raggiungere il ristorante Africa e accomodarci in terrazza con vista sull’imbarcadero e sul Tempio di Luxor. Un’ottima cena e poi tutti in branda, in attesa di un’altra grande giornata.

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