Giorno 5 – Mercoledi 4 Novembre
La quinta giornata di viaggio è dedicata al completamento delle visite ad Aswan, dapprima l’isola di Kalabsha, poi quella di Philae, la cava dell’obelisco e per concludere il Museo Nubiano. Il pullmino ci aspetta già alle 7.30 davanti all’hotel, percorriamo tutta la corniche e la Vecchia Diga per raggiungere l’imbarcadero situato proprio sotto il Monumento all’Amicizia fra Egitto e Russia, una quindicina di chilometri in tutto dal nostro hotel. Contrattiamo prezzo e orario col traghettatore e salpiamo verso l’isola di Kalabsha, o meglio, la Nuova Kalabsha, un promontorio che ospita alcuni monumenti salvati dal sito originale situato 50 chilometri più a sud. Raggiungiamo l’isola in una decina di minuti, ma già durante la navigazione riusciamo ad ammirare l’imponente struttura del monumento principale: il Tempio di Mandulis, il più grande santuario della Nubia dopo quello di Isi a Philae, il primo tempio ad essere smontato e ricostruito dalle operazioni di salvataggio dei monumenti nubiani ad opera dell’UNESCO negli anni 60. Mettiamo piede sull’isola, saliamo una scalinata costruita di fianco all’antico molo incompiuto e ci troviamo davanti al grande pilone d’ingresso. Varchiamo la soglia ed entriamo nel cortile
d’ingresso, costruito nel tipico stile tolemaico e con decorazioni incompiute. Qui riconosciamo i cartigli di Amenhotep II e Tolomeo IX, i costruttori delle due strutture precedenti a quella attuale che risale invece all’epoca dell’imperatore Augusto. Siamo i primi visitatori e c’è il bel silenzio all’interno del cortile è rotto solamente dal cinguettio di alcuni uccelli che svolazzano fra i capitelli floreali delle colonne che circondano l’area antistante la sala ipostila. Le decorazioni di questa sala sono state realizzate all’epoca degli imperatori Traiano e Antonino Pio, e mostrano i sovrani in scene di adorazione e offerta a varie divinità fra le quali spicca ovviamente Mandulis, raffigurato talvolta in forma di giovane uomo o anche come falco con testa umana, con il capo sempre adorno del suo famoso “diadema”. Le tre sale successive conducono al naos che custodiva la barca sacra. Stiamo per uscire dalla parte più interna del tempio, ma il custode ci indica una porticina nella parete meridionale della prima sala: diamo un’occhiata e vediamo una lunga scalinata piuttosto buia che conduce al tetto. Ne è valsa la pena farci un giro perché la vista da lassù è davvero bella, si domina la parte retrostante dell’isola oltre a uno splendido scorcio sul Lago Nasser.
Lasciamo il tempio e percorriamo pochi metri fino al vicino Chiosco di Qertassi, proveniente dall’antica località di Qirtas, una trentina di chilometri più a nord del sito attuale. Si conosce davvero poco di questo chiosco cultuale, la sua costruzione dovrebbe risalire all’Epoca Romana. E non è rimasto neppure molto da vedere a parte due pilastri con capitelli hathorici e quattro colonne con capitelli floreali. Nonostante queste poche cose, un particolare ci lascia davvero incuriositi: la testa della dea Hathor che funge da capitello è coronata da un piccolo tempio, un’acconciatura davvero speciale che non avevamo ancora incontrato.
Un’altra breve passeggiata ci porta al Tempio di Gerf Hussein, costruito dal viceré della Nubia Setau durante il regno di Ramesse II. Il restauro dell’ampio cortile quadrato ci consente di ammirare il bel peristilio composto da colonne con capitelli lotiformi e da pilastri con statue di Ramesse II. In quest’area aperta vediamo collocati alcuni resti di rilievi che raffigurano il sovrano insieme a varie divinità fra cui
Ptah, Hathor e Pakhet. E proprio da questo sito proviene il colosso di Ramesse II esposto al Museo Nubiano di Aswan, lo vedremo in serata.
Dal tempio di Gerf Hussein segui
amo il viale che costeggia il tempio di Mandulis e che ci porta alle spalle di quest’ultimo, nella zona più rocciosa dell’isola, dove sorge il piccolo Tempio di Beit el-Wali, il più piccolo dei templi ramessidi costruiti nelle colline nubiane. Quello che sembra un cortile esterno era il corridoio centrale del tempio, originariamente coperto da un soffitto a volta ormai andato perduto. E proprio sulle pareti di questo corridoio notiamo i primi particolari interessanti, bassorilievi di valore storico che ritraggono Siriani, Libici e Nubiani combattuti e sconfitti da Ramesse II. Ci avviciniamo alla parete di fondo del corridoio dove sono scavate tre aperture di cui quella centrale costituisce l’ingresso alla camera trasversale del tempio. Ai lati di questa camera ammiriamo due gruppi statuari di Ramesse II seduto fra due divinità, mentre restiamo stupiti dai colori e dall’ottimo stato di conservazione di alcuni rilievi, che ritraggono il sovrano in scene di offerta e di adorazione a Horo e Amon-Ra, oltre che alle divinità locali Khnum e Anuqet. Anche qui si ripropone lo stesso schema decorativo di Abu Simbel e altri templi
già visti, esternamente le scene militari e di celebrazione del sovrano, internamente le raffigurazioni religiose che proseguono dalla sala trasversale al santuario.
Riprendiamo il viale che ci aveva condotto qui, lo seguiamo costeggiando il lato settentrionale del tempio di Mandulis e ci fermiamo davanti alla stele di Neferibra Psammetico II (XXVI dinastia) che celebra la vittoria di questo sovrano nel 592 a.C. sul regno di Kush. Il reperto è in un ottimo stato di conservazione e merita alcune fotografie. Concludiamo così la visita all’isola di Kalabsha, ritorniamo verso l’antico molo dove ci aspetta la barca a motore che ci riporta all’imbarcadero, e da qui con il pullmino in pochi minuti raggiungiamo un altro imbarcadero, decisamente più affollato: quello per l’isola di Philae.
Veniamo quasi circondati dai manovratori delle tantissime barche ormeggiate di fronte a noi e tutti insiston
o per averci a bordo, ma alla fine – con buona pace per gli altri – uno solo la spunta e diventa il nostro nuovo traghettatore. Solchiamo l’acqua per una decina di minuti e percorriamo quel chilometro che ci separa dall’isola di Agilkia sulla quale – dal 1974 – sorgono i monumenti dell’antica Pilak, l’isola di Philae ormai completamente sommersa dalle acque del Nilo. Man mano che ci si avvicina all’isola, la vegetazione sulle rive sembra aprirsi come un sipario per mostrarci il profilo del pilone del tempio di Isi e le strutture adiacenti. Concordiamo col barcaiolo un paio d’ore di attesa, un tempo giusto per visitare con calma i monumenti. Mettiamo piede sul lato meridionale dell’isola, nel punto in cui forse doveva esserci l’antica banchina, e la prima struttura che incontriamo è il Chiosco di Nectanebo I (XXX dinastia, 370 a.C.) i cui capitelli hathorici ci ricordano quelli visti poco
tempo prima presso il Chiosco di Qertassi. Siamo a metà mattina e il sole si fa sentire sulla pelle, così cerchiamo un po’ di riparo sotto il colonnato occidentale, i cui 90 metri guardavano un tempo la sacra isola di Biga. La breve sosta ci consente di osservare la particolarità dei 31 capitelli floreali tutti diversi l’uno dall’altro, e con la mente torniamo indietro di due millenni quando il cortile di fronte a noi era affollato di pellegrini e malati che giungevano qui per invocare l’intercessione di Isi e di altre divinità – fra cui Aresnuphis, Mandulis e il grande Imhotep – i cui tempietti sorgono dietro il colonnato orientale. Riprendiamo la visita e ci avviciniamo ai due leoni di granito rosa che custodiscono l’ingresso principale al Tempio di Isi
attraverso il primo pilone di Tolomeo XII, decorato con rilievi del re che sconfigge i nemici e adora Isi. Ci soffermiamo un attimo nei pressi del pilone, sia per ammirare la sua struttura imponente che si staglia per ben 18 metri verso l’alto, sia per scattare alcune fotografie al cortile che abbiamo ormai alle spalle: è un ottimo punto per osservare la prospettiva dei due colonnati che sembrano unirsi verso il chiosco di Nectanebo. Entriamo nel cortile interno e la nostra attenzione è subito attirata dall’enorme affioramento roccioso (su cui sorge il secondo pilone) che è stato rimodellato a forma di stele e che riporta il testo di una donazione di Tolomeo VI. Ci spostiamo poi sul lato occidentale del cortile dove sorge il mammisi, al cui interno osserviamo scene di Isi che allatta suo figlio Horo nelle paludi. Finalmente arriviamo alla parte più sacra del tempio, la sala ipostila con enormi colonne a capitelli floreali magnificamente decorati, e di seguito – dopo un vestibolo – il naos con la cripta centrale in cui è conservato ancora il piedestallo della barca sacra. La luce in questi ambienti è piuttosto bassa, si fa fatica a ottenere fotografie e filmati discreti. Usciamo dal naos,
costeggiamo il mammisi e andiamo a visitare le strutture sul lato occidentale del tempio, il Nilometro e la Porta di Adriano, che anticamente era il passaggio occidentale verso la sacra isola di Biga. Lo scopo della visita è ovviamente l’osservazione dell’ultima iscrizione geroglifica conosciuta, incisa nel 394 a.C. dallo scriba dell’archivio del tempio Esmet-Aakhom. Rientriamo nel tempio e attraverso il passaggio orientale usciamo dalla parte opposta per visitare le strutture esterne. Ci troviamo subito di fronte al piccolo Tempio di Hathor, costruito nel classico stile tolemaico, perennemente chiuso al pubblico. Poco più in là c’è il famosissimo Chiosco dell’imperatore Traiano, un padiglione composto da muri divisori e da 14 colonne che un tempo serviva per l’accesso dei fedeli e per le processioni rituali, dato che era l’ingresso principale al tempio. A parte l’elegante struttura a cui dedichiamo un buon numero di fotografie, esternamente non ci sono particolari che ci incuriosiscono; all’interno invece osserviamo i rilievi dell’imperatore che fa offerte a Isi, Osiri e Horo. Si è fatta l’ora di pranzo e il punto di ristoro è proprio di fianco al Chiosco di Traiano; ci fermiamo una bella mezzoretta all’ombra per ritemprarci un po’ e ne approfittiamo per ammirare il panorama orientale.
Con il sole a picco sopra le nostre teste salutiamo i monumenti di Philae e ritorniamo sulla barca a motore che inizia il suo viaggio di ritorno costeggiando l’isola dal versante orientale per riportarci all’imbarcadero. Dopo esserci fatti largo fra gli instancabili venditori di qualsiasi cosa, diamo uno squillo al nostro autista e in pochi minuti il pullmino ci viene a prendere. Il penultimo sito della giornata è la Cava dell’Obelisco Incompiuto, all’estremità meridionale di Aswan. Attraversato il grande piazzale d’ingresso, imbocchiamo il sentiero che lentamente sale attorno alle grandi depressioni generate dall’estrazione di sette grandi obelischi, forse proprio quelli eretti nei templi di Karnak e Luxor. Nelle rocce sono ancora ben visibili le linee guida per il taglio appena abbozzate, come se gli operai avessero abbandonato i lavori da poco tempo. Arriviamo al punto più spettacolare: la fossa dell’obelisco incompiuto. Fa sicuramente impressione vederli eretti presso i templi, ma l’impatto visivo di questi 42 metri di granito non è da meno. Il sentiero costeggia il lato meridionale dell’obelisco, dalla punta fino alla base, e il serpentone di turisti si arena qui: fotografie, osservazioni accurate, sguardi increduli, in effetti è un’opera che lascia tutti senza parole, soprattutto se si pensa alla fase finale che non è stata realizzata, il taglio della parte inferiore di queste 1200 tonnellate di granito e il trascinamento verso il porto per il successivo traghettamento. Seguiamo la discesa del sentiero che – zigzagando fra altre rocce – ci porta pian pian
o verso l’uscita della cava. Dopo quest’ultima bellissima mezzora sotto il sole cocente, ci gustiamo un gelato confezionato e ne offriamo uno anche all’autista che ci ha aspettato, ma stranamente, invece di mangiarselo subito, lo appoggia sul cruscotto e ci riporta all’hotel: ancora oggi non sappiamo se l’abbia mangiato o buttato via, ma la cosa non ci fa stare in pensiero.
Dopo qualche ora di riposo in hotel, usciamo poco prima del calare del sole e prendiamo una barca a motore per recarci nella parte meridionale della città. Durante la navigazione i ragazzi dell’equipaggio intonano un canto popolare e ci fanno ballare a ritmo di tamburello. Torniamo a terra e ci incamminiamo per una decina di minuti verso l’ultima meta della giornata: il Museo Nubiano. È una struttura moderna e molto bella, aperta nel 1997 all’interno di un grande giardino. Le sale ospitano oltre tremila reperti esposti cronologicamente dalla preistoria all’epoca islamica. La visita è piacevolissima grazie anche agli ampi spazi e alle teche pulite e ben illuminate. Nel sottopiano centrale domina il colosso di Ramesse II prelevato dal tempio di Gerf Hussein che avevamo visitato di prima mattina, mentre la parte finale del percorso ospita bellissime ricostruzioni di case nubiane. Bellissimo anche l’ultimo padiglione dedicato alle foto della campagna di salvataggio dei templi nubiani conseguente alla costruzione della nuova diga. Concludiamo la giornata con un’ottima cena sulla corniche e poi – durante la consueta passeggiata verso l’hotel – incontriamo di nuovo l’amico Ossama Boshra, partito qualche giorno prima per la crociera: una bella chiacchierata, un caro abbraccio e poi tutti a riposare.