Giorno 4 – Martedi 3 Novembre
La sveglia suona verso le 5.30, ben un’ora prima dei normali giorni lavorativi, ma ci si alza con tutt’altro spirito perché la giornata promette grandi emozioni: la traversata del deserto nubiano alla volta dei siti di Amada, Wadi el-Sebua, Dakka e Maharraqa. La scorta si presenta con quasi un’ora di ritardo, il povero Aziz cerca di spiegarci i motivi ma è abbastanza stravolto perché si è alzato in piena notte e poco dopo la nostra partenza si rifarà il viaggio fino ad Aswan. Dopo aver perso un’altra mezzora al punto di partenza dei convogli, finalmente riceviamo il benestare per andarcene. Percorriamo per una settantina di chilometri in senso opposto la stessa via turistica del giorno prima, fino a quando incontriamo un’indicazione stradale che ci butta a destra: Amada! Da questo momento, per un’altra settantina di chilometri, il panorama intorno a noi è costituito da un lungo serpentone di asfalto che solca il deserto sabbioso e a tratti montuoso. Durante il tragitto, l’autista ci spiega che la polizia egiziana ha da tempo proibito ad auto private, taxi e pullman di transitare sulla strada che stiamo percorrendo, innanzi tutto perché il vento costante tende a coprirla di sabbia rendendola pericolosa per i mezzi normali, e poi perché è una zona tagliata fuori dai ripetitori telefonici e nella quale solamente la polizia può comunicare attraverso i suoi ponti radio. In effetti, guardando fuori dal finestrino è difficile pensare che non sia così … c’è solo la sabbia!
All’improvviso ricompare alla nostra destra il Lago Nasser: buon segno, siamo quasi arrivati. Infatti, dopo una decina di minuti la jeep svolta di nuovo a destra, costeggia il lago per un chilometro prima di fermarsi davanti al piccolo Tempio di Amada. Non siamo ancora a metà mattinata, ma il sole picchia già forte, ci affrettiamo a entrare nel tempio anche per cercare un po’ di riparo. Appena gli occhi si abituano al cambio di luce, riusciamo ad ammirare i rilievi e le iscrizioni di Thutmosi III, Amenhotep II e Thutmosi IV: questo, infatti, è uno dei pochi templi edificati in Nubia durante la XVIII dinastia, dato che la maggior parte di essi risale all’epoca greco-romana. Era dedicato inizialmente ad Horo, ma poi è stato consacrato ad Amon-Ra ed a Ra-Horakhty. L’atrio coperto in cui ci
troviamo era in origine il cortile esterno del tempio, costituito da un vestibolo, una cella e due cappelle laterali. L’illuminazione di questi ambienti più interni è precaria e ci costringe a impiegare più tempo per portare a casa delle fotografie decenti. Ci sono giusto un paio di lampade e il fascio di luce naturale che entra dalle aperture originali nel soffitto. Non è molto, ma è sufficiente a farci restare incantati ad ammirare le decorazioni davvero ben conservate nel tratto e nel colore: si tratta prevalentemente di scene a carattere religioso, Thutmosi III in adorazione di Amon, e Amenhotep II in adorazione di Ra-Horakhty. Tutte le immagini di Amon erano state scalpellate durante il regno di Akhenaton, ma sono state restaurate da Sethi I e da Ramesse II con un risultato qualitativamente inferiore agli originali, forse per l’utilizzo di manodopera locale. Prima di uscire ci soffermiamo davanti a due stele che amplificano il valore storico di questo monumento: la prima è un’autocelebrazione di Amenhotep II al termine della quale vi sono notizie sul completamento dell’edificio, mentre la seconda narra di un’invasione libica sventata durante il regno di Merenptah.
Usciamo e ci incamminiamo verso il sito successivo, il Tempio di Derr, edificato da Ramesse II per celebrare il suo giubileo, oggi ricostruito vicino al tempio di Amada, alcuni chilometri a nord del suo sito originale sulla riva orientale del Nilo. Stando alle fonti storiche, pare che questo tempio fosse eretto in una zona piuttosto popolata, diversamente da altri templi nubiani eretti in zone remote come manifestazione del potere regale: è probabile quindi che le celebrazioni dei culti fossero piuttosto frequenti. Il portico d’ingresso a quattro colonne con statue osiriache del re è tutto quello che rimane dell’ingresso monumentale costituito in tempi antichi da un pilone e un cortile. Oltrepassiamo il portico ed entriamo nel
la prima delle due sale ipostile, decorata con scene di guerra e di trionfo di Ramesse II e con colonne statuarie stranamente rivolte verso l’ingresso del tempio e non verso la navata centrale. La seconda sala è leggermente più piccola della prima ed è decorata con scene di carattere religioso sia sulle pareti sia sulle sei colonne squadrate. Ritroviamo qui lo stesso schema rappresentativo di Abu Simbel e di altri templi, scene di guerra e trionfo seguite da scene religiose, anche se queste ultime non sono molto raffinate. Un’immagine molto interessante è quella di un albero di palma scolpito, contro cui è appoggiato il re che presenta offerte ad Amon-Ra. Dalla seconda sala si accede alla parte più interna del tempio, tre piccole cappelle di cui quella centrale era destinata alla barca sacra, come indicano le raffigurazioni parietali: sempre in questa cappella centrale conserva le statue di culto di Ptah, Amon-Ra, Ramesse II e Ra-Horakhty. Complessivamente, le decorazioni di questo tempio si sono preservate meno bene rispetto a quelle del tempio di Amada, e ciò in parte è dovuto alla conversione in chiesa da parte dei cristiani.
La prima tappa della giornata si conclude con la visita alla Tomba di Pennut, governatore di Wawat (la Bassa Nubia) e soprintendente del tempio di Horo nella città di Mi’am (centro amministrativo della Bassa Nubia) durante il regno di Ramesse VI (XX dinastia, 1140 a.C.). Il monumento è ubicato poco più a nord del tempio di Derr, ma originariamente si trovava 40 km a sud-ovest e faceva parte di una delle numerose necropoli disseminate nelle vicinanze della città. La tomba è scavata nella roccia ed esternamente dà l’idea di qualcosa di imponente, invece – una volta varcato l’ingresso – restiamo tutti un po’ delusi. L’ipogeo è costituito da un unico ambiente a pianta cruciforme, molto piccolo e basso, con il pozzo sepolcrale scavato nel pavimento di un atrio fra l’entrata e la cella di fondo. Restiamo comunque affascinati dalle decorazioni che ricoprono interamente le pareti, rappresentazioni di episodi importanti nella vita di Pennut e di sua moglie Takha, che era una cantante all’interno del tempio locale. Osserviamo anche le consuete scene del defunto al cospetto di varie divinità: Horo che conduce Pennut e sua moglie al cospetto di Osiri, Anubi di fianco al sarcofago con Isi e Nefti che piangono la morte dell’uomo. Nella cella di fondo vediamo tre statue incompiute scolpite nella roccia viva, probabilmente erano immagini del defunto o di qualche divinità.
Lasciamo il sito di Amada nella seconda parte della mattinata e partiamo alla volta di Wadi el-Sebua. La strada si allontana dalle coste del La
go Nasser e per una quarantina di chilometri siamo nuovamente circondati da sabbia e rocce, senza vedere nient’altro. Ecco poi ricomparire in lontananza l’azzurro delle acque nei pressi del bivio che ci porta al sito archeologico. Una volta arrivati, andiamo subito a fare i biglietti e ci accorgiamo che stiamo turbando una quiete che durava forse dall’inizio della giornata, siamo gli unici visitatori e forse i guardiani e i poliziotti non erano neppure stati avvisati del nostro arrivo. Ci avviciniamo al viale di sfingi che dà il nome a questo sito: Wadi el-Sebua in arabo significa “Valle dei Leoni”, con evidente riferimento alle figure leonine che fiancheggiano il viale di accesso al tempio edificato da Ramesse II e dedicato ad Amon-Ra e Ra-Horakhty. Il monumento è stato ricostruito qui, alcuni chilometri a nord-ovest del sito originale, dove sorgeva anche un
tempio costruito da Amenhotep III, ma che purtroppo non è stato salvato e giace ora sotto le acque del lago. Non rimane niente dei primi due piloni e del cortile racchiuso fra di essi, sono andati perduti lungo i secoli. Possiamo invece ammirare quello che resta del secondo cortile, con un viale contornato da quattro sfingi a testa di falco che identificano i quattro Horo della Nubia. Da qui, una scala ci porta alla terrazza su cui sorge il pilone preceduto da una statua colossale di Ramesse II (in origine ve n’
erano quattro) e decorato con scene di offerta di Ramesse ad Amon e a Ra-Horakhty. Oltrepassiamo il pilone ed entriamo nel Salone delle Feste, uno spazio quadrato, chiuso lateralmente da due porticati con pilastri osiriaci del sovrano. Alle pareti osserviamo decorazioni del re seguito da una processione dei suoi figli. Saliamo la scala che dal fondo di questo cortile ci porta alla Sala delle Apparizioni, sorretta da dodici colonne e decorata con scene che ritraggono il sovrano insieme a varie divinità. L’area più interna del tempio è la Sala delle Offerte seguita dal santuario centrale con due cappelle laterali. Sicuramente qui era ospitata la barca sacra, stando a quanto vediamo raffigurato sulle pareti della stanza centrale. Nella nicchia in fondo c’è un particolare che ci colpisce: l’immagine di Ramesse II adorante è stata trasformata in un’immagine di offerta a San Pietro quando i primi cristiani hanno convertito il tempio in un chiesa. Usciamo dal tempio e prima di risalire sulle jeep ci fermiamo a guardare alcuni resti abbandonati nella sabbia lì intorno. Impressionante una delle statue che si ergeva davanti al pilone di ingresso.
Il sito successivo dista meno di un chilometro in direzione nord: è il Tempio di Dakka, l’unico tempio nubiano con la facciata rivolta a nord. Dalle fonti storiche sappiamo che Dakka era l’antica Pselqet, cioè la “casa di Selqet”, la dea-scorpione, ma la divinità principale del tempio è Thot di Pnubs, rappresentato spesso con un serpente avvolto attorno ad un’asta.
La struttura che si vede oggi risale ad un periodo compreso fra l’Epoca Tolemaica e quella romana, ma sappiamo che nelle operazioni di ricostruzione sono stati trovati numerosi blocchi riutilizzati di strutture del Nuovo Regno. La caratteristica che lascia attoniti già ad un primo sguardo a distanza è la netta separazione (oltre 10 metri) del pilone di ingresso dal resto del tempio, fatto dovuto al crollo dei muri di cinta del cortile aperto. Osserviamo il pilone sormontato da un disco solare alato e privo esternamente di iscrizioni geroglifiche: risale all’Epoca Romana di Augusto e di Tiberio, i quali avevano fatto innalzare anche i muri di cinta successivamente crollati. Oltrepassiamo il pilone e accediamo al pronao lastricato che precede due santuari, il primo più antico, costruito dal re nubiano Arqamani insieme a Tolomeo IV attorno al 220 a.C., e il successivo attribuito all’imperatore Augusto. I rilievi nubiani sembrano più accurati e rifiniti, ma sono comunque tutti pregevoli e presentano numerosissime scene di adorazione a varie divinità da parte dei sovrani tolemaici e dello stesso Augusto.
Usciamo dal tempio di Dakka e percorriamo a piedi un centinaio di metri verso il vicino Tempio di Maharraqa, costruito dai romani e dedicato a Isi e Serapide. Anche questo tempio è stato smantellato e ricostruito a pochi chilometri dal sito originale, dove nel 30 a.C. era stato stabilito il confine fra l’Egitto romano e Meroe a seguito della vittoria del prefetto
Petronio sul re kushita. Questo piccolo monumento non ci offre particolari emozioni, i romani non l’hanno mai completato del tutto e l’unica parte della struttura che è stata portata a termine è la sala ipostila con un portico su tre lati. Restiamo all’interno giusto il tempo di fotografare alcune parti e poi usciamo per andare ad ammirare il panorama spettacolare delle coste del Lago Nasser. Scendiamo la collinetta fino alla riva, la natura che vediamo attorno è incontaminata e il contrasto di colori fra il deserto e l’acqua è bellissimo. E così si concludono le visite del quarto giorno di viaggio. Torniamo a bordo delle jeep e percorriamo circa 200 chilometri nel deserto in direzione nord alla volta di Aswan. Arriviamo abbastanza cotti, ma decidiamo di rilassarci con giretto in feluca prima del calar del sole. L’amico Aziz ci raggiunge per cena e ci porta in un ristorante tipico in centro ad Aswan. Dopo mangiato riusciamo solo a fare una passeggiata lungo fino a quando la stanchezza ci porta dritti all’hotel.