Benvenuti in un universo parallelo dove il tempo è un fattore relativo e la fretta un lusso che solo noi occidentali possiamo permetterci.
El-Qhaira la si ama o la si odia, non ci sono mezze misure perché “La Vittoriosa” è tutto è il contrario di tutto: è metropoli del mondo, faro per milioni di islamici, formicaio umano, giardino dell’Universo, agglomerato di milioni di persone (quanti? diciotto? venti? ventitrè? non si sa) che cerca con ogni mezzo di sopravvivere . E’ rumore insopportabile e silenzi ammalianti, è polvere secolare e boulevard parigini, è lusso sfrenato e povertà agghiaccianti. Signori, benvenuti a El-Qhaira, città che se saprete vivere con il vostro cuore lì dimorerà per sempre. E’ una metropoli immensa che non si può scoprire da turista, ma capire da viaggiatore quindi impegnate qualche giorno del vostro tempo: non ve ne pentirete.
Attraversare Il Cairo dalle Piramidi millenarie all’aeroporto iper tecnologico – esperienza che ho avuto la fortuna di fare con due splendidi compagni di viaggio come Sandro e Mirko, grazie ancora cari amici – significa passare dai fiori delle Mille e Una Notte alla disperazione di una notte senza fine. Significa imbarcarsi sull’ottovolante della vita dove le salite per alcuni (pochi) non sono affatto impegnative e le discese (per tutti gli altri) portano nel baratro più profondo.
Nel giro di alcune centinaia di metri si alternano grattacieli modernissimi e tuguri fetidi che non hanno futuro, e poi ancora ville liberty di incantevole bellezza e pulizia e splendidi palazzi incrostati di polvere che ormai guardano solo al proprio passato aspettando fatalisticamente chissà cosa e chissà chi.
Cercate El-Qhaira negli occhi della gente. Lo sguardo duro di chi osserva i soliti turisti dal chiuso del suo bellissimo suv con aria condizionata, quello sfrontato delle ragazzine che ostentano il loro velo come un simbolo unico di diversità, quello spento del vecchio che passa le sue giornate a gettare con gesti meccanici un po' acqua sui marciapiedi per fermare la polvere (immaginatevi voi a fare quel lavoro, un giorno dietro l’altro…) trascinandosi dietro un bidone troppo pesante per chi ha il corpo segnato dal tempo e dagli stenti.
E nello sguardo della giovanissima mamma che accovacciata a terra con il figlioletto di pochi mesi in braccio vende fazzolettini di carta in confezioni sporche come il gradino su cui siede: il primo giorno che vi avvicinate solleva appena gli occhi da terra, il secondo vi sorride e vi saluta con l'universale gesto della mano. E non giudicate la scena con il nostro metro occidentale, non esibisce il figlioletto per muovervi a pietà. Semplicemente è l’unica cosa che ha e se la tiene ben stretta.
Ma lo sguardo che più mi ha colpito e che mi porterò dietro per tutta la vita non l’ho visto. Suk di Kan el-Khalili, al di fuori del teatrino messo in scena per i turisti. Siamo gli unici occidentali ormai da molte centinaia di metri, tutti ci guardano con indifferenza. Su un marciapiedi lercio è sdraiato un bimbo che non avrà più di quattro anni. Addosso un paio di pantaloncini che molti fratelli fa forse erano neri e una maglietta rossa di tre taglie più grandi. Dorme, tra i fetori di immondizia buttata a caso e la cacofonia dei clacson. Dorme tranquillo, come cuscino ha uno pneumatico per auto. Meccanicamente la mano corre alla macchina fotografica, inquadri la scena, è quella che ogni turista della domenica sogna di immortalare. Ma quando stai per scattare ti fermi, giusto un attimo ed è quello decisivo: no, non si può fotografarlo, non è giusto, non è “umano”. E ti allontani in punta di piedi, quasi avessi paura di svegliare quel bimbetto che è figlio di tutti noi.
Dopo gli sguardi non cercate però la disperazione. Non c’è o, meglio, non è data da vedere. Sarà quel fatalismo tutto islamico – Inshallah -, sarà che l’egiziano è un popolo fiero o sarà la voglia di far vedere all’occidentale una realtà migliore di quella che è. E allora godetevi i bambini che sciamano per vedervi ogni genere di paccottiglia, il ragazzo che vi indica la strada per la banca e pretende una ricompensa, il ristoratore che vi stinge la mano forte quando gli fate capire che lo shawarma che avete appena mangiato è il migliore dl mondo, il negoziante che conclude l’estenuante trattativa con una pacca sulla mano come da noi si usava il secolo scorso, il tassista che per far colpo gioca con le vostre vite nel traffico ridendo di gusto.
O come i ragazzini che a sera portano cammelli e cavalli a rinfrescarsi nel fossato che corre verso l'Alto Egitto. L’acqua è indescrivibilmente sporca, ma quando gli animali sono a mollo si tuffano anche loro. Cammelli e cavalli sono forse l’unica fonte di sostentamento per la famiglia, ma in quel momento sono i loro amici più cari e forse i soli “giocattoli” che hanno. E allora tra animali e umani inizia un gioco che non ci si stancherebbe mai di guardare, gli uni che ridono a piena gola felici come sanno essere solo i giovani nel momento in cui sono distratti dal peso della quotidianità e gli altri che rispondono con nitriti e bramiti felici a loro volta delle attenzioni che ricevono dopo una dura giornata di lavoro a portare a passeggio i turisti, mentre il sole scende sull’orizzonte con una velocità a noi sconosciuta. Una scena bellissima colta al volo mentre il traffico, una volta di più, era completamente bloccato. Un’emozione difficile da trasmettere a parole, un’immagine di quelle che non si scordano. E che ridanno speranza, a El-Qhaira. Ma un po’ anche a tutti noi.
Haroeris/franco