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Capovaccaio, l'avvoltoio degli Egizi

Categories: Non solo in Egitto pubblico | Author: Marcello Garbagnati | Posted: 06/12/2007 | Views: 7509
Qualche anno fa ebbi occasione di vedere un bel documentario sul Capovaccaio, un rapace davvero singolare.

Chiamato anche avvoltoio degli Egizi, è il primo simbolo nella lista dei venticinque geroglifici alfabetici che rappresentavano un unico suono. Nell’Alto Egitto raffigurava la dea Nekhbet che ornava la fronte del faraone insieme al cobra.
La sua scarna silhouette, non priva di eleganza primordiale, fa pensare a un uccello giunto a noi direttamente dalla protostoria. Il Capovaccaio ha attraversato indenne oltre 6.000 anni, durante i quali ha appreso, per via culturale, a rompere le uova con un sasso per nutrirsi.
 Infatti, è l’unico tra i rapaci a saper usare uno strumento per rompere le uova di struzzo di cui è ghiotto. Quando trova un uovo, si mette pazientemente alla ricerca di una pietra idonea a essere facilmente afferrata con il becco (mediamente del peso di 150 grammi). La ricerca può avvenire anche a 50 metri di distanza, quando l’uovo non è più visibile e, durante il tragitto di ritorno, prova lo strumento per stabilirne l’idoneità.
Il Capovaccaio (Neophron percnopterus) ha un’apertura alare di circa 1,6 m e da giovane possiede un piumaggio bruno, con la crescita diventa chiaro per ben mimetizzarsi nelle zone aride.
Purtroppo pochi anni fa solo una dozzina di coppie di Capovaccaio nidificavano in Italia. Senza adeguate misure di protezione questa specie si sarebbe estinta.
Per invertire questa tendenza negativa è nato il progetto Capovaccaio del WWF Toscana con il centro di riproduzione di Semproniano (GR). Dal 2003 anche la Lega Italiana per la Protezione degli Uccelli si sta impegnando per la sua conservazione nell’oasi di Gravina di Laterza (Puglia), una delle più belle zone protette della LIPU in Italia.
A partire dal 2004 in quest’oasi sono stati liberati alcuni giovani Capovaccai dopo aver superato un periodo di ambientamento in una grotta. Gli avvoltoi, muniti di radio collari, sono stati in seguito avvistati sull’isola di Marettimo nelle Egadi, hanno iniziato la migrazione verso l’Africa con tappe in Tunisia e Algeria. Dopo aver attraversato il deserto del Sahara sono giunti nella zona della mitica Timbuctu nel Mali, volando per 3.800 km.
Le curiosità non sono tutte qui, vediamo cosa accadde ad alcune uova di questa specie. Sabato 14 maggio 2005, nel porto di Ancona, la Guardia di Finanza e il Nucleo Operativo CITES del Corpo Forestale dello Stato, insospettiti dalla presenza di una grossa incubatrice vuota, smascherarono un traffico illegale di uova rubate.
Si trattava di uova di Capovaccaio e di cicogna nera trafugate da un bracconiere in Turchia e portate in Grecia. Qui furono prelevate da un corriere tedesco per conto di un trafficante di animali austriaco e in ultimo giunsero in nave ad Ancona. Le uova bianco-giallo con macchie color ruggine furono affidate al Parco Zoo di Falconara, dove il 23 maggio nacque Patricia, il 30 Alì e l’11 giugno Turchino, tre pulcini di Capovaccaio. Il 12 giugno successivo i pulcini furono trasferiti al centro di riproduzione di Semproniano, il più grande centro specializzato al mondo per questa specie.
Patricia, la più grande, non poteva essere liberata poiché si era già abituata alla presenza umana. Invece Alì e Turchino furono dati in adozione a Modesto ed Elena, una coppia che già aveva due pulcini. Crescendo così in una vera famiglia, senza contatti con l’uomo, divennero idonei a ritornare in libertà.
Per il progetto di liberazione, al quale hanno collaborato proficuamente Regione Puglia, WWF e LIPU, fu scelta l’oasi di Gravina.  Muniti di microchip, anelli di riconoscimento e di radiotrasmittenti, i due giovani avvoltoi turchi nati nelle Marche furono collocati in una cavità rocciosa, dove rimasero alcuni giorni. Dopo qualche giorno fu rimossa la rete di protezione e i due rapaci, dopo essere rimasti qualche giorno nei dintorni, cominciarono il lungo viaggio di migrazione verso il cuore dell’Africa. Si spera che fra qualche tempo ritornino a nidificare nelle zone dove sono stati rilasciati per aumentare il numero di coppie nidificanti in Europa.

Eno Santecchia

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